Zelensky davanti al parlamento italiano: «Il mio popolo si è fatto esercito»

Zelensky davanti al parlamento italiano: «Il mio popolo si è fatto esercito»

Montecitorio. Il presidente ucraino al parlamento in seduta comune, ma quasi un terzo dei parlamentari non si presenta

 

Volodymyr Zelensky appare puntuale alle 11 del mattino sui due schermi che di solito riportano l’esito delle votazioni in aula. Deputati e senatori allungano il collo e si mettono quasi sull’attenti. Attendono parole infuocate dal fronte della battaglia. Trovano un presidente ucraino in camicione verde militare insolitamente moderato, quasi low profile.

«CAPISCO CHE desideriate la pace, ognuno difende la propria patria dalla guerra», dice Zelensky guardando fisso in camera. Fiato sospeso: sembra la premessa di un’esortazione bellica. Pare che l’ex showman divenuto presidente e poi comandante sul campo prenda la rincorsa retorica per gettare l’affondo. Sarà il fresco colloquio telefonico col Papa o le polemiche per i riferimenti all’olocausto davanti alla Knesset israeliana, ma niente di tutto questo. Non che manchino i momenti drammatici. Come quando aggiorna il conto dei bambini uccisi alla guerra (ora sono 117) e poi si lancia in un moto di speranza: «Proprio in Italia è nato il primo ucraino la cui madre è scappata dalla guerra».

SUL DRAMMA di Mariupol dice che è come se da noi accadesse «a Genova». Vista la scelta dei temi e dei riferimenti storici, eventi fondativi e inossidabili della storia dei parlamenti che ha visitato da remoto, in molti danno per certo che il leader ucraino citi la Resistenza per chiedere maggior coinvolgimento nella lotta all’invasore. Però devono avergli detto che dalle nostre parti la lotta antifascista è da alcuni percepita come divisiva: Zelensky evita di infilarsi nel ginepraio della storia patria e si limita a dire: «Il nostro popolo è diventato esercito quando ha visto il male fatto dal nemico».

I RIFERIMENTI immaginari sull’Italia di Zelensky sono altri, un po’ esotici: le «famiglie calorose», la penisola come terra d’accoglienza e di vacanze (invita a non aprire le sdraio agli oligarchi russi). Non parla della No Fly Zone come aveva fatto collegandosi con Londra, Washington, Bruxelles, Berlino e Gerusalemme. Trova il modo di sottolineare l’importanza del suo paese nell’approvvigionamento di grano: senza quelle riserve, fa notare, in molti al di là del Mediterraneo saranno spinti dalla fame verso le coste italiane. Chiede che vengano approfondite e intensificate le sanzioni economiche. In sintesi: «Dovete fermare una sola persona affinché ne sopravvivano milioni».

REPLICA, LANCIA in resta, Mario Draghi. Dice che «la resistenza del popolo ucraino è eroica» e che difende anche «la nostra pace, libertà e sicurezza», quella di un «ordine multilaterale basato sui diritti». «Davanti all’inciviltà – scandisce il presidente del consiglio – L’Italia non intende girarsi dall’altra parte: governo e parlamento sono in prima fila» per fornire aiuti «anche militari alla resistenza di fronte ai massacri». «Siamo pronti a fare di più – insiste – Grazie alla maggioranza e al principale partito di opposizione». Quanto alle sanzioni, per Draghi devono servire a spingere Putin a sedersi «con serietà e sincerità» al tavolo dei negoziati. L’altro perno della questione riguarda l’Unione europea. «Ci volevano divisi – afferma l’ex presidente della Bce – Ma abbiamo risposto uniti». Adesso, si tratta di «disegnare un percorso di maggiore vicinanza dell’Ucraina all’Europa». L’impegno del governo è chiaro: «L’Italia vuole l’Ucraina nell’Ue». Esprime «stupore» per le parole di Draghi Nicola Fratoianni di Sinistra italiana: «Parla la lingua della guerra, non della pace». Più tardi, un Matteo Salvini dimentico delle sue comparsate da sceriffo padano dirà che «non se la sente di applaudire quando si tratta di armi».

ED ECCOCI all’ineludibile, dopo le polemiche dei giorni scorsi, conta dei presenti. Gli spazi in «piccionaia» riservati ai parlamentari presentano diversi vuoti: il che fa considerare che quasi un terzo dei 951 parlamentari non si è presentato. Non ci sono gli ex grillini della componente L’Alternativa C’è. «Un conflitto così complesso non si affronta con venti minuti di discorso a senso unico e senza possibilità di interlocuzione», spiega appena fuori dall’ingresso di Montecitorio il deputato Francesco Forciniti. Erano in aula, dopo lunghe valutazioni, le deputate di ManifestA, cui aderiscono Potere al popolo e Rifondazione. Si dicono colpite dal ribaltamento dei ruoli: Zelensky dialogante e Draghi con elmetto: «Le armi non saranno mai strumento di pacificazione».
Alla standing ovation, lo sguardo cade sul lato dell’emiciclo in cui siedono gli eletti del Movimento 5 Stelle. Di Maio li guarda e annuisce durante l’applauso finale, ma la giornata per il M5S non è indolore. La sera prima, Giuseppe Conte ha provato a disinnescare le tensioni sulle spese militari dicendo ai vertici che ci sono altre priorità (una su tutte: «le bollette») e che dunque al senato non potrà passare l’ordine del giorno approvato una settimana fa alla camera. Poche ore dopo, tuttavia, il presidente della commissione esteri al senato Vito Petrocelli dice che il M5S deve uscire dal governo «che ha deciso di inviare armi all’Ucraina in guerra, rendendo di fatto l’Italia un paese co-belligerante». Tutti i 5 Stelle si dissociano, a cominciare dal ministro per i rapporti col parlamento Federico D’Incà. Eppure, Petrocelli annuncia di non avere alcuna intenzione di dimettersi. Non sarà facile neanche espellerlo: statuto e cariche nel M5S sono sospesi per via giudiziaria.

* Fonte/autore: Giuliano Santoro,  il manifesto



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