Ucraina. Si chiude la vicenda dell’Azovstal, ma i negoziati di pace sono fermi

Ucraina. Si chiude la vicenda dell’Azovstal, ma i negoziati di pace sono fermi

Oltre 260 combattenti fuori dall’acciaieria. Kiev spera nello scambio, Mosca frena: «Criminali di guerra». Zelensky sente Scholz e Macron: «Grazie per le armi». E l’Oms lancia l’allarme colera per Mariupol

 

Evacuazione o resa, a seconda di come interessa raccontarla, la svolta per Azovstal alla fine c’è stata. Più di 260 combattenti ucraini, oltre 50 dei quali feriti, sono riemersi dall’acciaieria dopo un negoziato «complesso». Che prosegue per chi resta. Anche se la partenza di altri sette bus dall’area dell’acciaieria documentata ieri dalla Reuters potrebbe già aver raccontato l’epilogo della vicenda, almeno relativamente al lungo assedio.

«I difensori di Mariupol hanno adempiuto pienamente alla loro missione» ha detto la viceministra della Difesa ucraina Anna Malyar. Hanno cioè tenuto testa per oltre 80 giorni ai russi, che avrebbero volentieri dirottato altrove le energie e le bombe spese per sfinirli. La soluzione trovata, ha aggiunto Malyar anche per placare i malumori di chi auspicava un blitz, era l’unica possibile nella situazione attuale.

Una volta fuori i “dannati” di Azovstal sono stati perquisiti a piccoli gruppi e presi in consegna, i feriti hanno ricevuto le prime cure a favore delle telecamere del ministero della Difesa russo prima di prendere la via dell’ospedale di Novoazovsk, il grosso sarebbe invece stato trasferito a Olenivka, un’altra località sotto il controllo russo-filorusso dove c’è una vecchia colonia penale.

IL PRESIDENTE UCRAINO Volodymyr Zelensky ha salutato questi «eroi che ci servono vivi» e il governo di Kiev è sembrato sicuro di farli rientrare presto con uno scambio di prigionieri. Voci in tal senso si sono rincorse senza conferme per tutta la giornata.

Per loro il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov si è limitato a garantire rispetto delle «linee stabilite dalle leggi internazionali» e lo ha fatto a nome del presidente Vladimir Putin, certo non pretendendo con questo di rassicurare i familiari. Parole più forti sono volate alla Duma, dove lo speaker Vyacheslav Volodin in particolare ha parlato di «neo-nazisti», ha escluso che possano essere oggetto di scambi e li vorrebbe anzi subito a processo come «criminali di guerra». Una nota a stretto giro del ministero della Giustizia russo informa che la Procura generale ha chiesto alla Corte suprema di classificare il reggimento Azov come «organizzazione terroristica». La risposta secondo Interfax si avrà non prima del 26 maggio.

SULLA GIUSTIZIA dell’”altro fronte”, la procuratrice ucraina Iryna Venediktova quantifica ormai in oltre 10 mila i casi di crimini di guerra al momento in esame. Il procuratore capo della Corte penale internazionale Karim Khan ricorda invece che i 42 tra esperti forensi e investigatori al lavoro con gli altri team inviati da diversi paesi rappresentano il più grande dispiegamento di forze sul campo nella storia del suo ufficio. Figurarsi che da Mosca ancora ieri giungevano sempre via Peskov, dubbi, accuse e richiesta di indagine indipendente sulla «magistrale messinscena di Bucha».

L’unico aspetto su cui c’è totale intesa tra Kiev e Mosca: nessun negoziato è attivo al momento. E se pure fosse, il ministro degli Esteri russo Serguei Lavrov ci ha tenuto ieri a sostenere che Mosca ha le prove di come Usa e Regno Unito «regolano la libertà di manovra» del team negoziale ucraino. Ha un bel dire Podolyak il consigliere di Zelensky e capo negoziatore ucraino che «tutte le guerre finiscono allo stesso modo, seduti a un tavolo». Si tratta di capire solo quando e come.

COME SULLA NATO AI CONFINI, Putin ostenta sicurezza anche sulle sanzioni perché per alcuni la rinuncia al gas sarebbe un «suicidio», dice. Lavrov ieri ha annunciato l’uscita dal Consiglio degli stati del Mar baltico, da cui peraltro la Russia era già stata sospesa all’indomani dell’invasione: Nato e Ue a suo dire l’hanno trasformata in uno «strumento di politiche anti-russe».

Tra tante insanabili contrapposizioni l’imperturbabile presidente turco Erdogan fa la faccia cattiva in ambito Nato, ma il suo dialogante ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu oggi è negli Usa per discutere con l’omologo Antony Blinken la posta “curda”  a cui punta  Ankara in cambio dell’ok ai piani di allargamento dell’Alleanza. Nella speranza anche di sbloccare le forniture militari bloccate da Washington ai tempi dell’acquisto dei sistemi di difesa S-400 russi e magari di rientrare nel programma Joint Strike Fighiter (Jsf) per lo sviluppo degli F-35.

DI ARMI IERI HA PARLATO anche il cancelliere tedesco Olaf Scholz con Zelensky, il quale non ha nascosto la soddisfazione per le forniture – descritte dettagliatamente da Der Spiegel – che sarebbero state consegnate nelle ultime due settimane. Mancano ancora le armi  più “pesanti” per penuria di munizioni, essendo anche le più datate e in via di dismissione da parte dei tedeschi. Stesso copione nella telefonata «lunga e significativa» seguita nel pomeriggio con il presidente francese Emmanuel Macron, che oltre a più armi ha rassicurato Zelensky sul pieno appoggio francese alla richiesta di adesione dell’Ucraina all’Ue.

Nel frattempo i lanci di missili russi da terra e dal mare hanno colpito se possibile con ancora maggiore intensità ieri diversi centri, coinvolgendo anche Odessa e la regione di Leopoli, dove secondo i russi sarebbe stato distrutto un carico delle famose armi in arrivo. A crescere inevitabile è il numero delle vittime civili e l’orrore per i bambini coinvolti. L’Oms che lancia l’allarme colera per Mariupol aggiunge solo un altro tassello sul versante più antico e brutale di questa guerra.

* Fonte/autore: Marco Boccitto, il manifesto



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