Guerre e affari. Putin, Khamenei ed Erdogan: a Teheran una Triplice anti-Usa

Guerre e affari. Putin, Khamenei ed Erdogan: a Teheran una Triplice anti-Usa

 Putin incontra il presidente turco Erdogan e i vertici dell’Iran in risposta al tour di Biden in Medio Oriente. Sul tavolo Siria, nucleare, gas, grano ucraino… Conflitti e affari trilaterali per decine di miliardi di dollari

 

Nel menu della Triplice (intesa?) che si è tenuta ieri a Teheran tra Khamenei, Putin ed Erdogan c’era solo l’imbarazzo della scelta. Si è parlato di tre guerre, di gas, di nucleare, di grano ucraino e accordi economici.

Un vertice, in apparenza, di paradossi. Il più evidente è che vi hanno partecipato due stati, Russia e Iran, sotto sanzioni dell’Occidente, e uno, la Turchia, membro della Nato ma che non sanziona gli altri due e anzi, cerca di mettersi d’accordo con loro in un formato diplomatico tripolare nato anni fa ad Astana per la guerra di Siria ma che contrasta anche il recente viaggio di Biden nella regione ed è in concorrenza con il Patto di Abramo anti-iraniano tra Israele, Usa e le monarchie del Golfo.

A Teheran si è passata in rassegna quella «terza guerra mondiale a pezzi» di cui da anni parla – piuttosto inascoltato – papa Bergoglio. Le tre guerre sono quelle in Ucraina e in Siria e un’altra, non ufficialmente dichiarata, che si combatte tra Israele e l’Iran sul nucleare. La si vuole ignorare ma non lo fa per esempio il Financial Times che ieri la metteva in prima pagina. Il rischio di una corsa all’atomica in Medio Oriente è dietro l’angolo.

Gli sforzi diplomatici di Vienna per ridare vita all’accordo sul nucleare voluto da Obama nel 2015 e cancellato da Trump nel 2018 sono in fase di stallo. Israele insiste, nonostante le smentite di Teheran, che l’Iran è sulla “soglia” per accedere al nucleare militare, Biden, salito alla Casa Bianca con l’intenzione di ripristinare l’accordo non ha dato nessun segnale concreto a Teheran (nella morsa delle sanzioni Usa da 40 anni) e lo stato ebraico colpisce scienziati, generali iraniani e pasdaran ogni volta che se ne presenta l’occasione con l’assenso o l’aiuto di Washington.

Non manca neppure quello di Putin che lascia agli israeliani il via libera in Siria per prendere di mira le postazioni militari degli iraniani. La Russia di Putin sostiene l’Iran, e quindi anche la Siria di Bashar Assad, alleato storico degli ayatollah, ma fino a un certo punto e quando le fa comodo. È ovviamente anche un gioco delle parti che, come vedremo, ieri si è replicato.

A sua volta Teheran, nel nuovo quadro internazionale, ha deciso di tergiversare. L’invasione russa dell’Ucraina e la polarizzazione internazionale crescente, la possibilità di una vittoria dei repubblicani alle elezioni di metà mandato (che renderebbe improbabile la ratifica di un nuovo accordo) e la prospettiva di raggiungere a breve la soglia nucleare hanno convinto l’Iran a correre il rischio di forzare lo scontro con Israele, Usa e stati del Golfo.

In questo contesto Erdogan voleva ottenere dagli iraniani il via libera a una delle sue ennesime operazioni militari contro i curdi nel Nord della Siria e si era fatto precedere da un rafforzamento delle posizioni militari turche sull’autostrada tra Idlib-Aleppo-Latakia che fronteggiano truppe russe e iraniane. Ma la Guida Suprema Ali Khamenei nel suo incontro con Erdogan è stato chiaro: un attacco in Siria sarebbe «dannoso», aggiungendo che Iran, Turchia, Siria e Russia «dovrebbero porre fine al problema siriano e alla questione terrorismo attraverso il dialogo».

Non solo, gli iraniani si sono detti contrari al progetto di Erdogan di creare una fascia di sicurezza profonda 30 chilometri a partire dal confine turco-siriano a spese del Rojava e dei curdi.

Tradotto significa: 1) che a proteggere almeno indirettamente i curdi in questo momento non sono certo gli occidentali e gli Usa che li hanno usati come fanteria contro il Califfato 2) che Teheran e Mosca hanno già troppi guai per mobilitare altri soldati in Siria per frenare le ambizioni del Sultano della Nato, per altro visto da russi e iraniani come un utile elemento di disturbo all’allargamento dell’Alleanza Atlantica dove Erdogan osteggia l’ingresso di Svezia e Finlandia fino a quando non verranno estradati da questi due Paesi decine di curdi e oppositori di Ankara.

Tutto questo non ha impedito a Erdogan di firmare accordi economici con Teheran (per raggiungere un interscambio sui 30 miliardi di dollari) e di aumentare le forniture di gas da Teheran che affiancano le copiose importazioni turche dalla Russia e dall’Asia centrale: che la Turchia voglia diventare un hub internazionale del gas non è un mistero e lo fa in barba alle sanzioni occidentali. Non dimentichiamo che l’Iran ha le seconde riserve al mondo di gas, che ha una pipeline con la Turchia e un potenziale energetico enorme.

E qui ieri è entrata in gioco anche la Russia – sulla carta un concorrente di Teheran – con la firma di un’intesa stimata 40 miliardi di dollari tra la National Iranian Oil Company (Nioc) e la Gazprom per investimenti nel giacimento di gas North Pars e nel petrolio.

Ognuno a Teheran ha avuto la sua parte. A Erdogan il primo faccia a faccia con Putin che lo investe da mediatore dell’Occidente – una bella soddisfazione per il massacratore dei curdi – all’Iran, regime probabilmente irriformabile, l’obiettivo che è in grado di contrapporre le sue alleanze militari a quelle americane, israeliane e arabe, mentre il leader russo ha mostrato che in Medio Oriente parla con tutti senza remore, dai turchi agli iraniani, dagli israeliani ai sauditi.

Ora che Biden ha sdoganato nel suo viaggio anche il principe assassino Mohammed bin Salman, Putin stringe, come sempre, tutte le mani sporche di sangue che vuole. Non una novità per lui e forse neppure per noi.

* Fonte/autore: Alberto Negri, il manifesto

 

ph by Nasim Online, CC BY 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/4.0>, via Wikimedia Commons

 



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