Transizione non ecologica, il governo delle lobby fossili

Transizione non ecologica, il governo delle lobby fossili

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Nulla per sostenere nel Pnrr e nel nuovo capitolo del REPowerEU, un fondo di integrazione per diversificare le forniture e accelerare il passaggio alle fonti rinnovabili

 

Il Governo ancora non indica, se non nel vago, quali siano le riforme e i progetti che intende sostenere e incentivare sia nel Pnrr che nel nuovo capitolo del REPowerEU, un fondo di integrazione con l’obiettivo di assicurare la diversificazione delle forniture e accelerare la transizione verso le fonti rinnovabili, ricordando l’obiettivo della riduzione del 55% entro il 2030 delle emissioni climalteranti. Su questo argomento strategico per i comparti produttivi del nostro Paese il governo non prevede nemmeno la consultazione prevista dall’Unione europea.

I progetti vanno realizzati entro agosto 2026: ritardare oltre ne compromette la realizzazione, indispensabile per la disponibilità energetica del Paese, ridurne i costi e decarbonizzare le attività produttive.

I segnali della maggioranza, del governo e dei ministri responsabili delle scelte sono inquietanti. Il sequestro del carbonio nel sottosuolo (CCS) con soldi pubblici, bocciato dal Consiglio regionale dell’Emilia-Romagna e da una call dell’eE, escluso dal Pnrr rientra dalla finestra con il REPowerEU; il carbone forse uscirà prima del previsto, ma il governo vuole reintrodurre il nucleare in Italia stracciando i risultati di ben due referendum popolari.

Il ministro Pichetto Fratin ha anticipato l’aggiornamento del Pniec ma senza la prevista consultazione dei portatori di interesse, ipotizzando un mix energetico al 2030, con due terzi di rinnovabili e un terzo di fossili.

Facile intravvedere nel terzo di fossili il mantenimento, se non l’aumento, del metano, nella prospettiva di far diventare l’Italia un “hub” per l’Europa, in totale contraddizione con il Green Deal. Per di più, il governo sta preparando la reintroduzione dell’azzardo del nucleare da fissione, mentre parla di fusione solo per confondere le idee e ritardare i progetti delle rinnovabili sostitutive dei fossili.

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Gli interessi per il nucleare non vanno sottovalutati. Per anni hanno cercato la sua riabilitazione, in vista di una scelta grave e sprezzante della volontà popolare. Un nuovo referendum abrogativo, dato che nulla è sostanzialmente cambiato – ci ricondurrebbe ai problemi irrisolti del rischio e della inevitabilità delle scorie.

Gran parte delle centrali nucleari sono invecchiate e la terza generazione avanzata, la cosiddetta III+ (AP 1000, reattore PWR della Westinghouse, EPR PWR di Areva) sono un clamoroso fallimento, senza dimenticare che l’EPR che Sarkozy voleva appioppare al Governo Berlusconi, respinto dal referendum del 2011, è costato a Flamanville dai 3,2 miliardi di € previsti a 19 come confermato dalla Corte dei Conti francese.

Solo il salvataggio dello stato francese tramite EDF ha evitato il fallimento di Areva, la ditta costruttrice. Miliardi di quella rovinosa avventura saranno recuperati dalla Francia tramite l’inserimento del nucleare, insieme al gas, nella «tassonomia verde», a carico quindi di tutti i Paesi della Ue. Un esito fortemente voluto e determinato nel Parlamento di Strasburgo da tutta la Destra europea.

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La IV generazione del nucleare da fissione è di là da venire, e, se si realizzasse, sarebbe a carico dello stato, visto che da quando i sei progetti di reattori sono stati presentati nel 1999 dal Generation International Forum (GIF), nessun privato si è fatto avanti per produrre un prototipo industriale di potenza.

La destra di Meloni blandisce gli interessi di lobby in crisi. Le grandi centrali di potenza invecchiano prima di essere allacciate alla rete, i loro costi si moltiplicano per sei, la Generation IV resta sulla carta, né si può ripiegare sui reattori «piccoli e sicuri» (SMR), che semplicemente non lo sono e moltiplicano i problemi della disseminazione delle scorie. Per di più, il numero di SMR (che hanno una funzione prevalentemente militare) per ottenere una potenza pari a quella di un EPR (1.600 MW) richiederebbe la collocazione di una ventina di piccoli impianti di 70-100 MW, ciascuno alimentato da materiale radioattivo da smaltire.

Il nucleare è più vecchio del transistor, ha sottolineato il Nobel Giorgio Parisi: infatti i Reattori III+, la Generazione IV, gli MR sono tutti basati sugli stessi principi di funzionamento. Da quando la fissione nucleare è diventata impianto per la generazione elettrica le migliorie sono solo ingegneristiche; nessuno ha ripensato alla Fisica del Reattore per garantire una sicurezza della fissione in termini non solo di componenti e loro modifiche o di dispositivi di sicurezza in sala di controllo.

Infine, il Governo è paralizzato nella realizzazione del Deposito nazionale per la bassa e media attività radioattiva. Si è tentato di aggirare il problema delle scorie ad «alta attività» stoccandole tutte nella stessa area, allarmando ancora di più le popolazioni e mantenendoci così sotto infrazione della Commissione Ue. L’incapacità di dare attuazione ai Depositi per le scorie conferma l’inaffidabilità del governo sull’intero ciclo dell’atomo.

*** Osservatorio sulla transizione ecologica
Mario Agostinelli, Alfiero Grandi, Jacopo Ricci, Massimo Serafini, Massimo Scalia

Fonte: il manifesto



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