GLOBAL RIGHTS MAGAZINE

INTERNATIONAL MAGAZINE SPECIAL

Jan 2020 ISSUE SPECIAL #02


EDITORIALE

ROVI DI MARE

MEDITERR A NEO, CIMI TERO DEI SENZ A NOME

“Rovi di mare – visioni di un orizzonte in bilico” si titola la mostra d’arte, che apre il 30 gennaio a Torino, di Petra Probst e Flavio Tiberti in memoria del 3 ottobre 2013 e di tutti i naufragi che seguirono. Per l’occasione, a quella stessa e dolente memoria dedichiamo questo numero speciale di Global Rights, a ricordare, con la parola e con l’immagine, a quanti conservano empatia per l’altro e uno sguardo partecipe aperto sul mondo che il Mediterraneo è diventato un cimitero marino. Gigantesco, immenso, inesauribile, affollato di cadaveri senza pace.

Un cimitero certamente tra i più grandi del mondo. Con la particolarità che custodisce per sempre persone private di tutto in vita e della dignità di una identità nella morte. A loro, infatti, nella gran parte è stato sottratto persino il nome, che poi è quello che rende reale il cordoglio e il ricordo. I corpi nella profondità delle acque sono destinati a svanire, corrosi dall’acqua e dal sale; non potendo lasciare neppure un nome scompaiono definitivamente con il loro passato di dolore e di sogni, di ingiustizie patite e di speranze deluse di potervisi infine sottrarre.

L’anonimità dei morti rende più facile l’impunità a chi le ha causate, con opere o omissioni. E almeno questo bisogna dire e sapere: la scomparsa di così tante persone, inghiottite a decine di migliaia dal quel mare cinto di spini, non era inevitabile e non è stata accidentale. Non è la legge della natura che le ha uccise ma quelle dell’uomo. Omicida non è stata l’inclemenza delle onde bensì la volontà dei governi, ben più impietosa e colpevole.

Leggi, e solerti esecutori delle stesse, che hanno ridotto persone a povere cose, a ignota entità da rendere invisibile. Così che siamo costretti ad avere memoria, anziché di nomi, di numeri. 368 unità scomparse il 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa. Solo di una su dieci è stata ricostruita la storia, è stato restituito il nome. I rimanenti rimangono numeri, come altre decine di migliaia.

Numeri anche loro sfumati, presunti, inevitabilmente imprecisi, nonostante i meritevoli sforzi di ONG e di organismi internazionali che provano a documentare, a tenere giorno dopo giorno, anno dopo anno, l’impossibile conto, a denunciare l’evitabilità del quotidiano massacro.

Come fa, ad esempio, UNITED for Intercultural Action, network europeo contro nazionalismo, razzismo, fascismo e sostegno a migranti e rifugiati. Che ha contato e documentato 36.570 decessi di migranti nel tentativo di entrare nella Fortezza Europa dal 1993 allo scorso 20 giugno, Giornata internazionale del rifugiato indetta dalle Nazioni Unite.

Dicono gli attivisti che nella lista da loro stesa e aggiornata “NN” è l’identificazione che più ricorre. Nessun Nome. Sarà per quello che i governi poco e nulla fanno per l’identificazione dei morti: nessun nome, nessun corpo, nessun delitto, nessun colpevole.

L’enormità della strage, del resto, non ha prodotto e non produce sobbalzi minimamente registrabili nelle pubbliche opinioni europee, ancor meno negli elettorati, men che meno nei governi, che in buona parte ne sono responsabili.

Guardando al di là del Mediterraneo – ché la disumanità, invece, non conosce confini –, nessuno pare scandalizzarsi del fatto che 103mila bambini siano detenuti o trattenuti in relazione all’immigrazione negli Stati Uniti e che un numero triplo lo sia per lo stesso motivo in circa altri 80 Paesi.

Il crudele Erode si è fatto globale e il grido degli innocenti è soffocato, mentre in troppi distolgono lo sguardo e le coscienze, consentendo al sovrano poteri di vita e soprattutto di morte su chi ha avuto la sventura di nascere dal lato sbagliato delle frontiere, ma che aveva e ha i nostri stessi desideri, bisogni, diritti.


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