Ttip, le multinazionali sfidano la legislazione degli stati

Controversie tra Stati. I tribunali di arbitrato constano di collegi di tre membri scelti ricorso per ricorso da una lista ristretta di avvocati

Antonio Tricarico *, il manifesto • 7/5/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Europa, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 1033 Viste

La liberalizzazione degli investimenti delle imprese multinazionali è un capitolo cruciale del Ttip che sta rischiando di far saltare l’intero negoziato.

Come richiesto insistentemente negli ultimi anni da lobby industriali e studi legali internazionali l’accordo darebbe nuovi poteri alle imprese multinazionali europee e statunitensi per sfidare tutte quelle leggi nazionali ed internazionali che avrebbero un impatto negativo sui profitti attesi dagli investimenti. Si chiama Investor-to-State Dispute Settlement, noto con l’acronimo Isds.

In pratica i governi europei potrebbero presto vedere le proprie leggi nazionali che proteggono l’interesse pubblico, dalla salute all’ambiente alla protezione sociale, messe in stato di accusa in tribunali privati e segreti internazionali – i cosiddetti arbitrati commerciali – in cui le leggi e la politica nazionale non hanno alcun potere di intervento. Tali tribunali di arbitrato constano di collegi di tre membri scelti ricorso per ricorso da una lista ristretta di avvocati.

Ciascuna parte in causa nomina il proprio difensore e quindi entrambe convengono sulla scelta del giudice. È prassi comune che i difensori di alcune grandi imprese in un caso specifico divengono nel seguente arbitrato giudici e così via, anche con situazioni di svolgimento contemporaneo dei vari processi, dando così luogo ad un palese conflitto di interessi, quasi sempre a vantaggio delle grandi corporation.

Tale privatizzazione della giustizia a vantaggio delle multinazionali era il cuore della proposta dell’accordo Mai (accordo multilaterale sugli investimenti) alla fine degli anni ’90, che l’opposizione popolare in Europa e negli Usa fermò. Dopo il fallimento del Mai, le elite economiche e finanziarie sono riuscite ad includere tali meccanismi di risoluzione delle dispute tra investitori e Stati in diversi accordi commerciali e sugli investimenti bilaterali e regionali per vedersi riconosciuto il diritto di reclamare grandi somme di denaro dalla casse pubbliche qualora leggi decise democraticamente per proteggere l’interesse pubblico fossero applicate a scapito di alcuni profitti. Alcune volte la semplice minaccia di un ricorso ad un arbitrato internazionale è stata sufficiente per far abbandonare una proposta di nuova legislazione più stringente o per diminuire gli standard vigenti.

Emblematico il caso recente con cui l’Impregilo si è rivalsa con successo contro il governo dell’Argentina per 21 milioni di dollari ritenendo di essere stata danneggiata dal governo nella gestione privata del servizio idrico di Buenos Aires.

L’accordo bilaterale sugli investimenti in vigore tra Italia ed Argentina prevede, infatti, un meccanismo di arbitrato. Sempre in Argentina i cosiddetti fondi hedge «avvoltoio» americani hanno utilizzato vari meccanismi di arbitrato per rifarsi sul pagamento del debito da parte del governo argentino dopo il default del 2001.

Nel mondo si sono svolte già circa 600 dispute di questo tipo, ma queste potrebbero essere molte di più perché alcune sono tenute segrete. Ben più della metà sono state promosse da imprese europee e statunitensi. E più della metà dei paesi europei sono già stati attaccati in almeno una di queste dispute.

Un terzo dei ricorsi si è chiuso a favore delle multinazionali ed all’incirca un terzo ha avuto un esito patteggiato in cui i governi hanno pagato in parte. Quindi nella media di due casi su tre i governi perdono qualcosa contro le multinazionali. E oggi solo il 20 per cento di tutti gli investimenti esteri mondiali sono coperti da accordi che prevedono gli arbitrati privati.

Con il Ttip, che sarebbe potenzialmente utilizzato anche da imprese non-Ue e non-Usa con sede però nei due blocchi, si stima che più del 60 per cento degli investimenti globali sarebbe soggetto a tali ricorsi. Già oggi più della metà degli investimenti esteri diretti nell’Ue provengono da imprese statunitensi, ma solo l’8 per cento possono beneficiare della clausola Isds. Quindi con il Ttip esteso a tutte le imprese Usa è alta la possibilità di avere molti casi di imprese statunitensi che richiederanno indennizzi ai governi europei da pagare con i soldi dei contribuenti.

Non tutto il mondo degli affari la pensa allo stesso modo. Le piccole e medie imprese, e più in generale quel business che si limita ad operare principalmente a livello nazionale e che in ogni caso non può permettersi di pagare lautamente avvocati specializzati in arbitrati internazionali per proteggere i propri investimenti esteri, vede la creazione di questa nuova legge internazionale superiore ad ogni legge nazionale come una vera e propria apartheid economica in cui solamente i grandi gruppi multinazionali potranno usufruire degli arbitrati internazionali, mentre i semplici imprenditori locali dovranno accontentarsi delle corti nazionali.

In breve in funzione della capacità di pagare gli arbitri internazionali si potrà accedere al livello superiore della giustizia, privo di «lacci e lacciuoli» come sogliono dire i politici nostrani invasati della necessità di attrarre gli investitori esteri per la crescita dell’Italia. In risposta alle critiche lo scorso settembre la Commissione europea ha avanzato una proposta di riforma del meccanismo di arbitrato, nota come Investment Court System (Ics).

La Commissione parla di corti «pubbliche», poiché i giudici saranno scelti da liste pubbliche ed i loro onorari saranno calmierati, ci sarà un meccanismo di appello, alcune terze parti potranno essere chiamate a deporre, la base legale per le cause sarebbe limitata per evitare ricorsi strumentali ed intimidatori, e sarebbe sempre possibile adire le corti nazionali.

Ma in realtà tale sistema rimarrebbe sempre privato perché solo le multinazionali possono portare i casi, e non gli Stati.

La Commissione non ha rispettato la volontà popolare emersa durante la consultazione indetta sull’Isds a fine 2014, quando il 97 per cento dei 150.000 partecipanti ha rigettato in toto il meccanismo.

Il prezzo politico dell’ISDS è molto alto, e vari paesi europei, inclusa la Germania tentennano di fronte alle pressioni americane. Per Washington la proposta della Commissione europea non regge e l’approccio tradizionale dell’Isds è necessario per chiudere il negoziato Ttip.

L’opposizione popolare potrà fare la differenza e bloccando l’Isds affossare l’intero impianto negoziale.
Re:Common

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