Cannabis: tra Trudeau e Trump, dove sta l’Italia?

Vedremo se l’Italia sceglierà il campo liberale (sulle droghe ma anche sull’immigrazione) del leader canadese o quello militare e proibizionista del tycoon americano

Patrizio Gonnella, il manifesto • 7/5/2017 • Droghe & Dipendenze • 439 Viste

Meglio legalizzare le canne che non le canne di pistola. In attesa che si smontino l’orrendo dibattito e l’orrenda proposta di legge sulla legittima difesa rinvigoriti entrambi dalle dichiarazioni elettorali di Renzi, anche in materia di politica sulle droghe il governo deve decidere da che parte stare.

Dalla parte del procuratore nazionale antimafia Franco Roberti che ieri ha ribadito che è favorevole alla legalizzazione della cannabis con monopolio statale oppure dalla parte di Carlo Giovanardi secondo cui un ragazzo che a 15 anni fuma marijuana a 18 avrebbe i buchi nel cervello. Dalla parte dei milioni di consumatori di cannabis, soprattutto i più giovani, affinché siano messi nelle condizioni di comprare sostanze controllate e non tagliate oppure dalla parte di chi nel nome di una morale assoluta benda i propri occhi non preoccupandosi della salute dei propri figli. Dalla parte dello Stato o della criminalità organizzata. Dalla parte di Justin Trudeau, presidente del Canada che ha annunciato la legalizzazione della cannabis o dalla parte di Donald Trump che pare voglia nominare quale nuovo zar antidroga il deputato Tom Marino, repubblicano, favorevole alla cura coatta dei «drogati».

Paolo Gentiloni incontrerà sia Trudeau che Trump in occasione del vertice del G7 proprio in Italia. Vedremo, se su questo e su altro, l’Italia sceglierà il campo liberale (non solo sulle droghe ma anche sull’immigrazione) del leader canadese o quello militare e proibizionista del tycoon americano. In occasione del G7 speriamo non ci sia Marine Le Pen. Tra il primo e il secondo turno Farid Ghéhiouèche, fondatore dell’organizzazione Cannabis sans frontières, e organizzatore della marcia pro-cannabis, ha detto che mentre Le Pen vuole intensificare la morsa repressiva, spera che Macron segua il sentiero anti-proibizionista di Trudeau.

Ci sono motivi etici (il rispetto della libertà individuale di scelta), di politica criminale (riduzione della forza economica delle mafie), di origine medica (valore terapeutico della cannabis), di natura economica e fiscale (risparmi di spesa da investire in programmi sociali di recupero) che dovrebbero indurre il governo a usare questo scorcio finale di legislatura per un cambio di paradigma. Di questi motivi il nostro portale Nonmelaspaccigiusta.it ha dato conto nell’ultimo anno guardando a ciò che succede all’estero.

E’ trascorso quasi un anno da quando la Camera aveva calendarizzato, avviato e quasi contemporaneamente anestetizzato la discussione della proposta di legge per la legalizzazione della cannabis elaborata da un ampio gruppo di parlamentari coordinato dal sottosegretario agli esteri Benedetto della Vedova. Su questo, così come sull’introduzione del delitto di tortura, nulla è più accaduto. Mentre le sirene securitarie hanno iniziato a suonare pericolosamente e le carceri hanno ricominciato a riaffollarsi, sono stati due procuratori nel giro di un paio di giorni, prima John Woodcock e poi Franco Roberti, a riaprire il dibattito. Un dibattito che non sappiamo come vedrà schierato il governo. Sono tutti molto cauti.

Il ministro della Giustizia Orlando, l’anno scorso all’Onu durante i lavori dell’Assemblea generale straordinaria sulle droghe, aveva auspicato il superamento della war on drugs. Matteo Renzi non si è mai espresso a riguardo. Se però la politica fiorentina ha un peso allora dobbiamo considerare buona notizia quella del comune di Firenze che ha votato una mozione a favore della legalizzazione della cannabis. Obama non va solo imitato per la camicia bianca ma anche per la politica anti-repressiva sulle droghe.

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