Monsanto di nuovo condannata per l’erbicida a base di glifosato

California. La multinazionale Bayer ora deve risarcire 80 milioni di dollari a un’altra vittima del Roundup

Luca Celada * • 29/3/2019 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali • 222 Viste

Los Angeles. Un tribunale federale di San Francisco ha ordinato alla Monsanto di risarcire più di 80 milioni di dollari ad un californiano settantenne dopo che una giuria ha determinato che l’erbicida Roundup ha contribuito in “misura significativa” allo sviluppo del cancro di cui è affetto.

L’UOMO, EDWIN HARDEMAN, aveva querelato la multinazionale dopo aver contratto un linfoma in Hodgkins che ha attribuito la suo uso continuato del Roundup per controllare erbacce sul suo terreno a Sonoma County. La giuria ha ritenuto che la continuata esposizione al prodotto è stata causa determinante nello sviluppo del tumore e che la Monsanto, che avrebbe dovuto essere a conoscenza del rischio, ha omesso adeguati avvertimenti sui rischi annessi all’uso del proprio prodotto

È A DELLA SECONDA SENTENZA che penalizza il colosso acquistato un anno fa dalla Bayer per 63 miliardi di dollari. Lo scorso agosto, sempre a San Francisco, un tribunale aveva ordinato alla Monsanto di risarcire 289 milioni di dollari per avere provocato un tumore ad un uomo impiegato come custode giardiniere da un distretto scolastico della Bay Area. Anche in quel caso la giuria aveva ritenuto che l’uso quotidiano di erbicida che DeWayne Lee Johnson, di 46 anni, era tenuto a fare nell’esercizio delle sue mansioni avesse contribuito al linfoma non Hodgkins che aveva contratto.

ASSIEME LE SENTENZE hanno un peso enorme, per l’entità dei risarcimenti e soprattutto perché rappresentano le prime cause aggiudicate sugli effetti carcinogeni del Roundup, il marchio con cui il colosso chimico Monsanto commercializza erbicidi a base di glifosato. Il composto, sviluppato dai laboratori Monsanto negli anni ’70 (ma dal 2001 il brevetto è libero), è il più diffuso erbicida al mondo, usato in agricoltura industriale e venduto in vivai di tutto il mondo per giardinaggio privato.

Al di la del singolo caso, per il colosso agro chimico le implicazioni potrebbero essere notevoli dato che la causa intentata da Hardeman fa parte di una class action cui partecipano oltre 1600 querelanti i cui casi devono ancora essere aggiudicati. In una nota la Bayer si è detta «delusa» del verdetto ed ha annunciato che farà ricorso in appello. «Questo verdetto non modifica il peso di Quattro decenni di ricerca scientifica», ha dichiarato il colosso Tedesco, «e le conclusioni di regolatori che tutto il mondo che sostengono al sicurezza dei nostri erbicidi a base di glifosati».

I PRODOTTI A BASE DI GLIFOSATO sono la chiave del monopolio agro industriale coltivato dalla Monsanto, particolarmente dopo lo sviluppo di sementi Ogm messe a punto per incrementare la resistenza ai veleni. I semi «roundup ready» (Rr), introdotti dal 1996 a partire dalla soia, contengono il gene modificato da un batterio che favorisce la resistenza delle coltivazioni ai glifosati permettendo applicazioni molto più abbondanti senza danni per il raccolto. Le piante «roundup ready» brevettate dal gigante agrochimico sono anche sterili e quindi i coltivatori sono obbligati ad acquistare di volta in volta nuovi semi dalla Monsanto che è nota per difendere aggressivamente i propri sementi dall’uso non autorizzato. La strategia capestro permette alla multinazionale, passata da quest’anno ad essere divisione della Bayer, di realizzare enormi profitti sia dalle vendite degli erbicidi che dalle sementi resistenti.

LA POLITICA, SUPPORTATA da una capillare azione di lobbying e marketing (nel ’96 lo stato di New York ordinò alla società di rimuovere spot che definivano il Roundup «più sicuro del sale») ha prodotto una diffusione rapidissima dei glifosati e degli Ogm compatibili, impiegati oggi in Usa dal 90% dei coltivatori di soia, granturco, cotone e canola. Si stima che ad oggi gli agricoltori americani abbiano applicato 1,8 milioni di tonnellate di glifosati. Gli erbicidi hanno trovato anche applicazioni «geopolitiche», usati ad esempio dal governo Usa per eradicare coltivazioni di coca in Colombia, spruzzati da velivoli (la Colombia ne ha vietato l’uso nel 2015) .

DI PARI PASSO COL SUCCESSO monopolistico della Monsanto sono cresciute le preoccupazioni sugli effetti dei glifosati sulla salute pubblica. Mentre la Monsanto ha sempre assicurato la sicurezza del proprio prodotto per uomini e animali, i pareri degli esperti sono molto meno unanimi. Nel 2016 la agenzia internazionale della ricerca sul cancro del Who (organizzazione mondiale per la sanità) ha dichirato i glifosati «probabili carcinogeni». Altre agenzie governative come la Epa (protezione ambientale) negli Stati Uniti ed Efsa (autorità europea per la sicurezza alimentare) hanno invece per la maggiore sostenuto la non tossicità dei prodotti col dubbio però di avere basato i risultati in gran parte su dati forniti dalla stessa multinazionale. Di fatto al di là di alcuni divieti come quelli dello Sri Lanka e del El Salvador (e quello olandese per l’uso domestico) non vi sono state restrizioni importanti all’uso di glifosati.

I GIURATI NEL CASO Hardeman hanno ascoltato le opinioni scientifiche di molti esperti ed hanno valutato credibile il nesso fra roundup e i linfomi non Hodgkins. Le sentenze di San Francisco sanciscono ora un nesso «legale» fra Roundup e cancro nell’uomo. L’agenzia di salute ambientale della California, dove sono impiegati massicciamente nel settore agricolo, classifica le sostanze come «probabili carcinogeni», e vi sono molte centinaia di casi analoghi pronti a venire aggiudicati in tribunale.

MENTRE LA EPA di amministrazione Trump, che funziona ormai come poco più che camera di commercio per l’industria, difficilmente perseguirà seriamente nuove normative, si profila sempre più concretamente un iter giuridico che potrebbe ricordare quello della lotta alle sigarette, e che potrebbe preludere ad uno scontro fra organi giuridici, statali e agenzie federali, nell’ambito di quello più generalmente in atto sulle questioni ambientali.

* Fonte: Luca Celada, IL MANIFESTO

 

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