Navalny, l’oppositore di Putin, fermato al rientro: 30 giorni di arresto

Navalny, l’oppositore di Putin, fermato al rientro: 30 giorni di arresto

Alexey Navalny è stato arrestato al suo arrivo a Mosca, al controllo passaporti dell’aeroporto Sheremetyevo nella serata di domenica 17 gennaio. L’arresto è stato confermato il giorno dopo a mezzogiorno dopo una breve udienza tenutasi direttamente nella stazione di polizia dove Navalny si trovava in stato di fermo.

Il suo avvocato, Olga Mikhailova alla quale non è stato concesso di entrare nel dipartimento di polizia, ha denunciato l’irregolarità: «Il codice di procedura è stato gettato nella spazzatura».

NAVALNY STESSO ha dichiarato in un videomessaggio: «Non capisco cosa succede, un minuto fa dovevo incontrare i miei avvocati e invece mi ritrovo davanti alla corte». Il giudice ha stabilito che, in attesa del processo che dovrebbe iniziare il 29 gennaio, Navalny deve restare per 30 giorni nella prigione di Matrosskaya Tishina dove è stato subito trasferito.

La richiesta di condanna è stata avanzata dalla sezione moscovita del Servizio penitenziario federale. Per Ivan Zhdanov, direttore della fondazione anti-corruzione di Navalny «nessuno ha detto esattamente quali siano i motivi legali del fermo».

Dura la reazione del ministro degli esteri russo Sergej Lavrov secondo il quale l’«entusiasmo» dei Paesi occidentali al ritorno di Navalny in Russia è dovuto alla volontà di distogliere l’attenzione dalla «profonda crisi» in cui versano «la democrazia e il modello di sviluppo liberale».

Il 20 agosto scorso il nome di Alexey Navalny aveva fatto il giro del mondo dopo che il politico era stato ammesso d’urgenza con sintomi di avvelenamento all’ospedale di Omsk. Due giorni dopo, ancora in coma, Navalny era stato trasportato a Berlino, e ricoverato in un centro specializzato.

Il 7 settembre Navalny usciva dal coma e cominciava la sua riabilitazione. Intanto un gruppo di giornalisti pubblicava un’inchiesta nella quale si accusavano 8 ufficiali dell’Fsb, i Servizi segreti russi, di aver tentato di ucciderlo. Qualche giorno dopo, davanti al giornalista Christo Gvozdev, Navalny ha girato un video in cui lui stesso chiama uno dei suoi presunti aguzzini, Konstantin Kudryavtsev, facendosi passare per un funzionario della sicurezza interna e chiedendo un rapporto della missione.

E l’agente dell’Fsb, beffato, gli ha confermato di averlo avvelenato, con un dettaglio degno di Borat: il veleno infilato nella parte anteriore degli slip.

LA DECISIONE di tornare in Russia era stata annunciata improvvisamente il 13 gennaio scorso. Il giorno seguente, la Corte penale russa ha chiesto di revocare la sospensione della pena che gli era stata accordata in seguito alla condanna a 3 anni e 6 mesi per corruzione nel processo ancora in corso Yves Rocher.

Per la corte «il condannato non ha rispettato i doveri impostigli ed ha evaso i controlli dell’autorità penale». Il volo era quindi un viaggio verso un arresto annunciato. L’aereo, partito con più giornalisti che passeggeri, è stato fatto atterrare all’ultimo minuto a Sheremetyevo mentre l’arrivo era previsto a Vnukovo, dove tanti si erano radunati in attesa.

CARISMATICO, diretto, dotato di una certa cultura giuridica, devoto delle idee neoliberist ma capace di parlare ai nazionalisti russi, Navalny è riuscito in questi anni ad emergere tra i leader dell’opposizione.

La sua carriera politica ha preso il volo nel 2013, quando è arrivato secondo alle elezioni per il Comune di Mosca. Durante le elezioni politiche del 2018 e in occasione del recente referendum costituzionale, ha guidato le proteste di piazza che hanno mobilitato un gran numero di giovani.

Il suo successo è in parte dovuto all’uso efficace dei social media e alla sua Anti-corruption Foundation che pubblica dati sulle fortune degli alti funzionari di Stato. Decidendo di tornare in patria si espone certo ad un martirio ma grazie al quale consolida intorno a sé la variegata costellazione dei dissidenti, attirandosi il sostegno anche di chi non ne condivide il programma che è, per molti aspetti, conservatore.

* Fonte: Kamila Mamadnazarbekova, il manifesto

 

ph by Evgeny Feldman / Novaya Gazeta, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons



Related Articles

«Non c’è altra soluzione I clandestini vanno respinti»

Il primo ministro Fillon: «Siamo solidali con l’Italia»

Austria, una barriera al Brennero

Iniziati i lavori al confine: cabine sull’autostrada, poi arriverà anche una rete di 250 metri. Obiettivo: impedire il temuto flusso di migranti in estate dall’Italia. Il Papa: via tutti i muri

Amo Israele ma combatto l’illusione delle colonie

Appello di Grossman contro il teatro nell’insediamento di Ariel

La parola “boicottaggio” non compare nella petizione firmata finora da 51 attori, registi di teatro e altri artisti contro il centro culturale di Ariel. Quella del boicottaggio è un’arma grave ed estrema che evoca echi amari nella memoria collettiva ebraica. Considero questa petizione una richiesta di astensione: astensione da qualsiasi iniziativa che oscuri il fatto che Ariel sorge in una zona occupata e la sua esistenza crea una realtà  che rischia di portare lo Stato di Israele alla catastrofe.

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment