G20. Al Summit Globale sulla Salute solo dichiarazioni e nessun impegno

G20. Al Summit Globale sulla Salute solo dichiarazioni e nessun impegno

ROMA. Anche se Mario Draghi e Ursula Von der Leyen hanno parlato di un «vero successo», il Summit Globale sulla Salute del G20 che si è concluso ieri a Roma non ha prodotto la svolta che molti attendevano.

Le 5 pagine della Dichiarazione di Roma approvata dai partecipanti alla fine dell’incontro elencano sedici dichiarazioni di intenti, ma ben poche decisioni concrete.

Nel documento si promuove «il sostegno e il potenziamento dell’architettura sanitaria multilaterale» e la «promozione del sistema del commercio multilaterale (con un ruolo centrale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio)».

Si sostiene l’intenzione di «attivare un accesso equo, sostenibile, tempestivo e globale a strumenti di prevenzione, rilevamento e di risposta di alta qualità» e si promette di «supportare i paesi a basso e medio reddito nella costruzione di competenze e capacità produttive locali e regionali» sul piano dell’industria farmaceutica. Ma non ci sono impegni concreti e verificabili.

Per esempio, non c’è una posizione comune sulla moratoria sui brevetti dei vaccini.

Intervenendo in video-conferenza, con qualche problema tecnico e gli ormai classici «Non la sentiamo», i Paesi si sono divisi come previsto.

Usa, Cina, Francia sono favorevoli a considerare la sospensione temporanea dei brevetti. Con loro, un po’ a sorpresa e con qualche timidezza, si è schierato lo stesso Mario Draghi: «L’Italia è aperta a questa idea in modo mirato, limitato nel tempo e che non metta a repentaglio l’incentivo a innovare per le aziende farmaceutiche» ha detto. Poi si è bacchettato da solo: «So che Ursula ha un’altra idea, che è anch’essa molto innovativa e che – in prospettiva – è più realistica».

LA PRESIDENTE della Commissione Europea von der Leyen, infatti, rimane sulla posizione del partner più forte, la Germania. Merkel al vertice ha ribadito che l’aumento della produzione di vaccini deve avvenire attraverso «licenze volontarie», cioè accordi tra aziende secondo le consuete regole del mercato.

E la posizione dell’Ue non si discosta molto.

All’Organizzazione Mondiale del Commercio all’inizio di giugno, Von der Leyen intende presentare una proposta europea che non tocchi le regole. «La nostra proposta lavora su tre assi» ha detto in conferenza stampa: «Facilitazioni al commercio e regole sulle esportazioni, supporto per la produzione, facilitazioni per le licenze obbligatorie», cioè deroghe ai brevetti decise da singoli paesi secondo le clausole già previste dal Wto.

Ma le licenze obbligatorie, secondo India e Sudafrica, sono inapplicabili perché richiedono procedure lunghe e complicate. Dalla loro istituzione sono state usate solo una volta, dal Ruanda nel 2007 per importare farmaci anti-Hiv dal Canada. E quella volta ci sono voluti due anni.

ALLA FINE GLI UNICI impegni concreti sono arrivati dai singoli governi e dalle aziende.

La Cina ha annunciato aiuti di tre miliardi di dollari in tre anni per i paesi in via di sviluppo. Il presidente francese Macron ha messo sul piatto 30 milioni di euro per il programma Covax dell’Oms, che fornisce vaccini ai paesi poveri. Draghi ne ha promessi addirittura 300, ma per ora ne erogherà solo 86 a Covax più 30 a progetti multilaterali.

«L’obiettivo del summit è garantire 100 milioni di dosi ai paesi a basso e medio reddito entro il 2021» ha detto von der Leyen. È una goccia nel mare: di dosi ne servono 5 o 10 miliardi, e in ogni caso nemmeno quell’impegno minimo è stato messo nero su bianco nella dichiarazione conclusiva.

DAL CANTO LORO, Pfizer, Moderna e AstraZeneca hanno promesso 1,3 miliardi di dosi disponibili a prezzo di costo per il 2021, più altri 2 miliardi per l’anno successivo.

Ma se i 20 Grandi si siedono a un tavolo è per riscrivere le regole del gioco e trovare soluzioni comuni, non per raccogliere offerte volontarie.

«Siamo di fronte a una dichiarazione deludente, che non ha raccolto nulla di quello che veniva avanzato da India e Sudafrica, dalla società civile, da 170 premi Nobel e persino dagli Usa» è il parere di Vittorio Agnoletto, portavoce italiano della campagna europea “Nessun profitto sulla pandemia”. «La carità e l’elemosina non possono sostituire i diritti e la giustizia. È lo stesso modello utilizzato 20 anni fa per l’Hiv: di fronte alla richiesta di superare i brevetti, si diede vita al Fondo globale per Aids, Tbc e malaria che funziona come Covax. La logica non è cambiata».

Anche l’apertura di Draghi è un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, a seconda di chi lo guarda.

«Una presa di posizione importante» secondo la deputata M5S Angela Ianaro promotrice della mozione parlamentare che, a larghissima maggioranza, ha impegnato il governo a sostenere la moratoria. «Le timide dichiarazioni di Draghi devono trasformarsi in azione politica» osserva più diffidente Agnoletto. «Il primo banco di prova è il Consiglio europeo del 24 maggio, che dovrà definire la posizione che l’Ue porterà al Wto a giugno. Lì la posizione di Draghi dovrà concretizzarsi».

* Fonte: Andrea Capocci, il manifesto

 



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