Brevetti. Le pressioni su Bruxelles dei lobbisti delle multinazionali farmaceutiche

Brevetti. Le pressioni su Bruxelles dei lobbisti delle multinazionali farmaceutiche

Dopo l’apertura degli Stati uniti, l’Unione europea rimane il principale ostacolo a una moratoria sui brevetti sui vaccini nei negoziati all’Organizzazione Mondiale del Commercio. La strenua opposizione dell’Unione si spiega probabilmente con gli effetti dell’attività di lobbying portata avanti dalle società farmaceutiche. È quanto riporta in un dossier il Corporate Europe Observatory, un gruppo di ricercatori che monitorano l’influenza delle grandi aziende sulle decisioni che vengono assunte a Bruxelles dalla Commissione Europea e dal Parlamento europeo.

SECONDO I RICERCATORI, l’industria farmaceutica ha un notevole potere di indirizzo sulle scelte dei politici europei grazie a un investimento di almeno 36 milioni di euro nel 2020 e all’azione di non meno di 290 lobbysti di professione di stanza permanente a Bruxelles. Come specifica lo stesso Osservatorio, si tratta molto probabilmente di una sottostima. Non tutte le aziende infatti aggiornano con regolarità il “registro della trasparenza”, cioè la banca dati europea che elenca i gruppi di interesse attivi presso l’Unione europea e i loro finanziatori. La Pfizer, ad esempio, secondo il gruppo è ferma alle dichiarazioni del 2019 e non ha ancora aggiornato il registro con i dati del 2020.

Inoltre, spiega l’osservatorio, «nel Registro della Trasparenza ci sono diversi coni d’ombra. Ad esempio, il finanziamento da parte delle aziende farmaceutiche a favore dei think tank e delle associazioni di pazienti rimane in gran parte nascosto, poiché queste organizzazioni non devono dichiarare le loro fonti di finanziamento». Inchieste e rapporti hanno rivelato come anche le associazioni di pazienti attive a livello europeo siano in realtà largamente finanziati dalle aziende farmaceutiche.

IL POTERE DI INFLUENZA delle lobby è ampio e documentato, spesso grazie alla goffaggine degli stessi politici. La lettera aperta con cui un gruppo di parlamentari europei (in gran parte italiani) ha scritto alla Commissione Ue contro la moratoria sui brevetti riprende parola per parola un analogo appello del Consumer Choice Center, think tank con sedi a Washington e Bruxelles, ufficialmente rappresentante degli interessi dei “consumatori” ma largamente sussidiato dall’industria farmaceutica e non. E se l’ex-premier svedese Carl Bildt si è recentemente detto contrario a avviare una vertenza legale contro AstraZeneca per le mancate forniture di vaccini, forse è anche perché lavora – senza dirlo troppo in giro – per la Kreab, una società di consulenza impegnata nell’attività di lobbying che ha proprio AstraZeneca tra i suoi migliori clienti.

TRA LE ORGANIZZAZIONI che non hanno ancora assolto i propri obblighi di trasparenza, dichiarando le attività di lobbying svolte a Bruxelles, oltre a Pfizer ci sono nomi importanti come Johnson & Johnson, Abbot e la nostra Farmindustria, l’associazione delle imprese farmaceutiche italiane (così come l’organizzazione consorella greca). La lacuna che ci riguarda non è secondaria: con un controvalore di oltre 32 miliardi di euro, l’Italia contende alla Germania il ruolo di paese leader nella produzione farmaceutica nell’Unione europea.

IL LAVORO DI LOBBYING finanziato anche dalle nostre aziende sta dunque contribuendo a irrigidire la posizione europea sui brevetti e allontanare la prospettiva di un accordo al Wto.

Poche settimane fa, con la disponibilità dell’amministrazione Biden a una moratoria, un compromesso tra gli stati sembrava a portata di mano. L’Unione europea però non si è allineata alla posizione statunitense. E nemmeno la riformulazione della proposta di moratoria da parte di India e Sudafrica ha avvicinato le parti.

Lunedì sono ripartiti i negoziati a porte chiuse. Le indiscrezioni raccolte dalla Reuters parlano di «un abisso tra la proposta di moratoria e quanto suggerito dagli Usa». Secondo l’agenzia, i nodi da sciogliere sono due. Innanzitutto, gli Usa sono disponibili a sospendere i brevetti solo sui vaccini, mentre India e Sudafrica includono nella loro proposta anche i farmaci e i test diagnostici. In secondo luogo, India e Sudafrica hanno accettato di indicare una durata «almeno triennale» della moratoria ma per gli Usa non è sufficiente. Il meccanismo proposto – un termine da concordare tra gli stati – lascerebbe infatti ai singoli governi la potestà di prolungare indefinitamente la moratoria.

* Fonte: Andrea Capocci, il manifesto



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