L’Europa minima dei nazionalisti divenuta una trappola

L’Europa minima dei nazionalisti divenuta una trappola

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Avremo arsenali gonfi di armi e nessun avanzamento sulla autonomia strategica europea e la difesa comune. È necessario sottolineare che non stiamo parlando di armi per l’Ucraina, né di armi per l’Europa, ma di armi per gli Stati

Giovedì a Bruxelles con 446 voti favorevoli, 67 contrari e 112 astenuti è stata approvata la Relazione della Commissione, Act to support ammunition production. Un atto fortemente voluto dal Commissario Breton. E da un asse di destra che tiene insieme Ppe e Conservatori (partito di cui Meloni è Presidente) che prevede la possibilità di utilizzare i fondi di Next generation Ue e i fondi di coesione (43 miliardi per il nostro Paese) per il riarmo e il potenziamento degli arsenali militari dei 27 Paesi.

Fondi già programmati per il cambio del modello di sviluppo basato sulla transizione ecologica, quella digitale e la giustizia sociale, fondi con cui le Regioni supportano le spese sociali, il diritto allo studio, il sostegno alle imprese, il welfare locale, e che oggi tornano, con uno strappo violento, nella disponibilità della economia di guerra. Cosa vietata dall’articolo 41 dei Trattati europei, dove si parla esplicitamente della impossibilità di finanziare con soldi europei le produzioni militari nazionali.

Una quantità enorme di denaro messa nella disponibilità dei governi nazionali, tutti i governi dell’Unione, compresa l’Ungheria di Orbán e la Polonia dell’ ultra conservatore Morawiecki che su facebook parla apertamente della reintroduzione della pena di morte per i reati più pesanti. Una leadership dalle idee chiare, «In Europa niente potrà salvaguardare la libertà delle nazioni, la loro cultura, la loro sicurezza sociale, economica, politica e militare meglio degli Stati nazionali. Altri sistemi sono illusori ed utopistici». Così in un passaggio nel suo discorso ad Heidelberg il 20 marzo sulla dottrina europea della destra radicale. Una destra radicale ambiziosa, con un progetto egemonico da perseguire.

Mentre nel dicembre del 2020 a Bruxelles si discuteva della sospensione della erogazione dei fondi europei alla Polonia, Paese illiberale, applicando le regole legate al rispetto dello Stato di diritto di cui il principio di non discriminazione è parte essenziale, oggi il governo autoritario polacco è diventato caposaldo Nato, protagonista del fronte occidentale, leader della nuova Europa delle nazioni in armi. La guerra cambia l’agenda politica travolgendo i valori condivisi dell’Ue, in questo modo le storture autoritarie appaiono questioni secondarie rispetto allo stato di eccezione che il conflitto in corso determina.

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E l’atto votato dal parlamento europeo non fa altro che alimentare la spirale nazionale e nazionalista. Avremo arsenali gonfi di armi e nessun avanzamento sulla autonomia strategica europea e la difesa comune. È necessario sottolineare che non stiamo parlando di armi per l’Ucraina, né di armi per l’Europa, ma di armi per gli Stati. Un virus, il nazionalismo, che può minare dall’interno e nel profondo la costruzione comunitaria e la democrazia europea. Questa la posta in gioco.

Nel 2019 la campagna elettorale delle destre radicali è stata costruita intorno all’anti europeismo, nella campagna elettorale del 2024 per il rinnovo del parlamento europeo tutte le forze politiche diranno di essere europeiste. Il tema è quale Europa. I liberali continueranno a immaginare la supremazia della dimensione tecnocratica confidando nel potere della Commissione e della Bce, le destre radicali di governo punteranno a rafforzare il ruolo degli Stati nazionali consegnandoci indietro un’idea di Europa minima, le sinistre dovrebbero battersi per le istituzioni comunitarie e la loro dimensione democratica sovranazionale.

Nell’atto appena votato appare evidente il rischio di avviare un processo politico ed economico fondato sulla centralità delle produzioni militari, gli eserciti, lo stato di eccezione e il principio d’ordine di carattere nazionale. Mettere nelle mani dei governi nazionali un assegno in bianco di queste proporzioni è un errore clamoroso.

Inoltre va ricordato che quella votata poche ore fa è la posizione negoziale con cui il Parlamento affronterà il trilogo con il Consiglio, cioè con i Capi di governo o i ministri della difesa. Il governo Meloni arriverà alla discussione con il consenso politico di gran parte delle forze politiche italiane, escluso il M5S e l’Alleanza Verdi e Sinistra. Non proprio una condizione di difficoltà quella in cui si troverà la premier del nostro Paese.

A luglio l’atto tornerà in parlamento per l’approvazione definitiva. Rispetto al primo voto avvenuto un mese fa sulla procedura d’urgenza l’area di parlamentari in dissenso si è raddoppiata. Poco meno di cento per il primo voto, poco meno di duecento per il secondo. Un piccolo segnale positivo.

Abbiamo ancora tempo per dare battaglia e provare a fermare un atto sbagliato che scambia le politiche ambientali e sociali con un modello di sviluppo fondato sul piombo e che gonfia le vele nel nazionalismo e del militarismo, allontanando ancora di più l’unico ruolo che l’Europa potrebbe svolgere con autorevolezza e credibilità, sostenere l’Ucraina e facilitare il negoziato di pace.

* Fonte/autore: Massimiliano Smeriglio, il manifesto



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