La quattordicesima notte (Il massacro). Diario da Gaza di Najilaa Ataalah

L’ospedale è pieno di morti e feriti. Quando arrivi all’entrata posi i due bambini a terra, li guardi negli occhi e chiedi, con un sorriso, ‘Come siamo riusciti ad uscire da lì?’

Najilaa Ataalah redazione • 7/8/2014 • Copertina, Diari da Gaza, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 6417 Viste

Con questi scritti di Mona Abu Sharekh e Najlaa Ataalah iniziamo la pubblicazione su dirittiglobali.org di alcune pagine di diario tenute da scrittrici e scrittori di Gaza in queste settimane di attacco alla Striscia da parte di Israele. Al 5 di agosto il bilancio dell’attacco indica in 1.822 i palestinesi uccisi, tra cui 398 bambini; i feriti palestinesi sono 9.370, dei quali 2.744 bambini, 10.000 le case distrutte dai bombardamenti. Secondo l’Onu, circa 373mila bambini avranno bisogno di sostegno psicologico per i traumi relativi a questi giorni di stragi e bombardamenti. A fronte, sono 64 militari e due civili gli israeliani morti dall’inizio dell’offensiva.
Numeri tragici e nascosti, ma occorre ricordare che oltre le cifre ci sono i volti e le storie di chi è stato ucciso. Qui è possibile rintracciarli.
Nei racconti che pubblichiamo nel nostro sito, invece, è possibile conoscere frammenti di quotidianità e riflessioni di chi con la morte quotidiana e l’occupazione militare è costretto a convivere.
(a cura di orsola casagrande e sergio segio)

Come possono le parole aiutarti a scrivere ciò che vedi con i tuoi occhi ma non capisci ? Com’è possibile continuare a mettere pensieri sulla carta e tradurre ciò che provi ? Sei morto. Morto in qualunque senso intellettuale della parola.
Può essere che continui a respirare perché un razzo non ti ha ancora spezzato i polmoni a metà. Può essere che continui a vedere perché la forza dell’esplosione di un mortaio non ha ancora scaraventato la tua testa contro un muro.
Ma sei morto.
Il cielo su Gaza sembra arrabbiato, ricopre la terra con pezzi di corpo, che arrivano al suolo in mezzo a ogni strada. La vita normale è diventata un lontano ricordo, come un fantasma che si caccia in un sogno. Ma tutti, nel sogno, sono morti, anche tu; è solo che il tuo corpo ancora non ha raggiunto gli altri all’obitorio.
Non c’è probabilità di rimanere in vita.
Non puoi parlare né guardare nessuno negli occhi e nemmeno ascoltare il notiziario alla radio.
Non sai dove sei.
Sei un corpo senza vita al margine di una strada ?
O stai giacendo sul pavimento di un ospedale in attesa di essere sepolto ?
O forse sei ferito e gli uomini dell’ambulanza non sono ancora riusciti a raggiungere il tuo corpo che ancora respira ?
O sei su una barella in attesa che ti amputino un arto ?
Non hai la forza per aprire gli occhi né muovere nessuna parte del corpo. Le uniche parole che hai nel cuore sono semplicemente, “O Allah, sei con noi ?”
Ti fermi sui tuoi passi, improvvisamente rendendoti conto che stavi correndo sbandando da oltre due chilometri, tenendo in ciascun braccio due bambini. Guardi a sinistra e guardi a destra, ma intorno non c’è nessuno. Abbassi lo sguardo e vedi il sangue che copre il tuo corpo, ma non riesci a capire se sei ferito o no.
Puzzi di esplosivo, fumo e sangue. Il tuo viso è umido e ti chiedi, “Dove sono ? Perché siamo soli ?”
Eravamo tutti insieme. Dove sono andati ?
“Dove sono andati ? Ho cominciato a correre lasciandoli indietro ?”
‘Come ho potuto lasciare mia madre ? Perché ci siamo separati’
L’ospedale è pieno di morti e feriti. Quando arrivi all’entrata posi i due bambini a terra, li guardi negli occhi e chiedi, con un sorriso, ‘Come siamo riusciti ad uscire da lì?’
Non ti sei mai svegliato, neanche quando hai visto la gente fuggire dalle loro case, onde del mare, una dopo l’altra, schiacciandosi, urlando, terrorizzati dal lasciare dietro di loro una sola anima, obiettivo dell’artiglieria.
Non ti sei mai svegliato, nonostante il suono del primo razzo che ha sventrato il muro della cucina di sopra, e il sibilare dei vari frammenti di missile che rimbalzavano per la casa; in trance per il panico hai cominciato a correre in ogni direzione, come chiunque altro, cercando invano di riconoscere voci umane oltre il suono dell’artiglieria.
Non ti sei mai svegliato, neanche quando tua madre è caduta a terra, incapace di proseguire, urlando: ‘Prendi i bambini e corri’.
Al contrario, ti sei semplicemente messo a correre, il più veloce possibile, schivando i colpi di artiglieria, tenendo i bambini in braccio, stretti a te. Non ti importava nulla, non sentivi l’odore dell’esplosivo, della benzina, della polvere da sparo, il fumo che ha oscurato il cielo sopra Shojae’ya. Non hai sentito il suono dei missili che piovevano sulla gente, scagliando i loro corpi svuotati sulla strada.
Hai continuato a correre fino a raggiungere l’ospedale. E ora, finalmente, lasci i due bambini a terra, facendo attenzione, fissandoli, ancora confuso. Ti abbassi per avvicinarti a loro, accarezzi i loro volti, delicatamente scuoti le loro braccia e chiedi loro a voce alta, ‘Perché dormite ancora ? siamo qui. Ce l’abbiamo fatta a fuggire’.
A differenza di te, adesso, loro non si svegliano. Non possono risponderti.

* Najilaa Ataallah è nata nel 1987 ed è una scrittrice palestinese che vive a Gaza. Si è laureata in Ingegneria architettonica all’università islamica di Gaza nel 2010 e attualmente sta facendo un master presso la stessa università. Mentre era ancora alle superiori ha vinto molti premi per i suoi scritti, compreso il premio per la miglior opera teatrale del centro culturale Holest. Ha pubblicato il suo primo romanzo I Loved Her So a soli quindici anni e il suo secondo, A Cup of Coffee, è stato pubblicato dal ministero palestinese dell’informazione. Il suo romanzo per giovani adulti, The Photo, è stato selezionato tra i 100 migliori libri del mondo arabo nel 2009.
La sua prima raccolta di racconti, Croke (2012) ha vinto il concorso Najati Sidqi di Ramallah, presentato dal ministero di cultura. Nel 2013 ha partecipato a un festival di racconti in Marocco come rappresentante della Palestina.

QUI la versione in inglese dell’articolo

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