Dopo Trump. Scenari di guerra prossima e ventura contro l’Iran

Dopo Trump. Scenari di guerra prossima e ventura contro l’Iran

Lo pseudopacifismo (lotta all’Isis e accordo di pace tra israeliani e palestinesi) nasconde la guerra che verrà

La spettacolare accoglienza ricevuta dal presidente Donald Trump nei lussuosi palazzi dell’Arabia saudita, il leccapiedismo e le adulazioni degli israeliani all’arrivo di The Donald a Gerusalemme, le crescenti aspettative rispetto a quello che avrebbe detto, il famoso deal; tutto questo deforma la natura reale della visita di Trump in Medioriente.

Già nel 1981 gli statunitensi avevano cercato di creare un fronte pro-Usa nella regione; ci furono discussioni anche con gli israeliani, che erano visti come membri di possibili alleanze; gli sforzi di Haig, segretario di Stato di Reagan, in quell’occasione fallirono.

Poco dopo gli Stati uniti vendettero all’Arabia saudita aerei militari – Awacs – per cinque miliardi di dollari; gli israeliani si opposero a gran voce ma per Reagan e gli statunitensi era più importante portare avanti quegli affari che da sempre fanno parte degli interessi imperialistici.

Donald Trump si è autonominato oratore esperto di storia e ha blaterato parecchio in tema di guerra contro il terrore. Gerarchi musulmani di varie fogge e colori lo hanno ascoltato soddisfatti. Non è possibile dimenticare che l’Arabia saudita è uno degli attori principali nella guerra che crea il terrore.

Il regime dispotico dei Saud, fra i più estremi dei giorni nostri, sostiene diverse fazioni in Siria, anche quelle che hanno legami con Daesh (il cosiddetto Stato islamico). Inoltre un rapporto segreto e censurato nel Congresso statunitense segnala i collegamenti fra i sauditi e l’attacco dell’11 settembre 2011.

È orripilante vedere le teste tagliate nei video diffusi da Daesh, per fortuna i sauditi sono più discreti e per questo non abbiamo visto le decine di decapitazioni di «delinquenti» nell’ultimo anno. Del resto Riyadh ha risorse enormi, che potrebbero aiutare The Donald nei suoi problematici progetti destinati a far «rivivere» l’economia statunitense.

È difficile immaginare di quante armi abbia bisogno il dispotico reame che ha appena firmato accordi per la modesta somma di 110 miliardi di dollari!…e ne promette altri in vari campi.

Con i despoti sauditi siedono diversi dittatori e gerarchi di regimi autoritari, i quali proclamano una comunanza di interessi che non sempre è vera – poche ore dopo la visita di Trump, già si contrapponevano alla tv qatariota Al Jazeera – e per tener buone le rispettive popolazioni esigono una presunta pace israelo-palestinese.

A Gerusalemme Trump ha parlato amichevolmente con una destra nazionalista e fondamentalista che lo adula senza ritegno, lo vede come un dio o il nuovo messia, ma non può nascondere il fatto che il dolce Donald chiede alcune concessioni che risultano problematiche per l’agenda dell’ultradestra.

E anche il ministro della Difesa Lieberman, pur molto cautamente ora parla della preoccupazione – non proprio latente nei circoli militari e della sicurezza – rispetto al pericolo potenziale rappresentato da 110.000 milioni di dollari di armamenti in mano all’Arabia saudita.

Qual è la questione centrale alla quale occorre prestare molta attenzione ben al di là delle chiacchiere in forma di discorsi? Statunitensi e sauditi fanno dell’Iran il grande demonio e sperano già nei possibili errori di un potere diviso a Tehran, per promuovere la guerra desiderata dai circoli estremisti negli Stati uniti, dall’Israele di Netanyahu, dall’Arabia saudita e compari.

Tehran sembra impegnarsi per una società più aperta e democratica – non si può certo paragonare la realtà iraniana con il regime dispotico saudita – ma al tempo stesso è coinvolta in Siria, appoggia Hezbollah e non è ostile ad Hamas.

Hamas è un problema per Israele e, visti i suoi rapporti con i Fratelli musulmani in Egitto, è in rotta di collisione con il presidente al-Sisi. Tehran fa parte di una problematica alleanza con Russia, Siria, Hezbollah; un attacco all’Iran sarebbe un’altra forma di guerra per l’egemonia nella regione, guerra che in più ha una dimensione religiosa, vista la divisione, anzi l’ostilità fra sunniti e sciiti.

Il fiumiciattolo di dichiarazioni vacue da parte del grande Donald non deve farci dimenticare due questioni fondamentali: i sostenitori della guerra contro l’Iran cercano di allearsi nuovamente, con grande soddisfazione della destra statunitense e dell’ultradestra di Netanyahu.

D’altro canto la pace israelo-palestinese non sarà frutto delle intenzioni imperialistiche: diventerà una possibilità reale quando i due popoli lo vorranno sul serio. Ed è centrale a questo scopo che l’unità fra i palestinesi si realizzi.
La visita di The Donald invece acuisce le divisioni interne, creando false illusioni in uno pseudopacifismo che non sa cogliere i veri disegni dell’imperialismo nella regione.

SEGUI SUL MANIFESTO



Related Articles

La giunta incombe sull’urna

Il dopo Hosni Mubarak è stato duro, segnato da momenti esaltanti ma anche da violenze e repressione (da parte di militari e polizia). Quello davanti ai nostri occhi non è l’Egitto che sognavano i milioni di «rivoluzionari» che un anno e mezzo fa, urlando « Erha l» (vattene) in Piazza Tahrir costrinsero il rais-faraone a lasciare il potere dopo tre decenni. Il regime non è crollato e rimane in sella anche l’elite economica che si raccoglieva intorno a Mubarak.

Draghi: “Pronti a tutto per l’euro e quel che faremo basterà ”

Spread giù, Piazza Affari +5,6% “Rispetteremo il mandato, nessun Paese uscirà ”

Una vita a raccontare le guerre l’ultima missione dei fotoreporter

Tim Hetherington e Chris Hondros hanno vinto numerosi premi internazionali per i loro reportage dal fronte.  Sotto le bombe di Gheddafi sono rimasti feriti anche altri due giornalisti

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment