IL RISCALDAMENTO GLOBALE AL TEMPO DI DONALD TRUMP

Questo brano proviene dal Contesto del terzo capitolo del 15° Rapporto sui diritti globali, Ediesse editore

Alberto Zoratti, 15° Rapporto sui diritti globali • 25/6/2018 • Contenuti in copertina, Rapporto 2017 • 339 Viste

Questo brano è un estratto dal Focus del 4° capitolo del 15° Rapporto sui diritti globali, dedicato all’Ambiente

Un mutamento epocale

Non c’è niente di più chiaro ed evidente di un grafico per capire l’andamento del clima nel nuovo millennio. Non ci sono le esperienze quotidiane, che spesso non riescono a integrare più dati di quanti ne possa raccogliere la nostra memoria (fallace), nemmeno gli approfonditi documenti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il Panel intergovernativo di scienziati che dalla fine degli anni Ottanta studia cause ed effetti del cambiamento climatico a nome e per conto delle Nazioni Unite. Testi a volte un po’ complessi, per chi non ha competenze specifiche; ma quello che ha pubblicato James Hansen, uno scienziato della NASA oramai in pensione e già professore alla Columbia University, non solo è decisamente alla portata di tutti, ma evidenzia in modo inconfutabile cosa sta accadendo (Popovich, Pearce, 2017).

Confrontando i dati delle temperature estive dell’emisfero boreale nel decennio 2005- 2015 con una base media delle temperature registrate nel trentennio 1951-1980 si è notato un deciso spostamento della mediana: se nei primi decenni la distribuzione delle temperature mostrava un terzo delle registrazioni considerato “medio”, un altro terzo “freddo” e il rimanente “caldo”, nel corso degli anni si è dovuta creare una nuova categoria (estremamente caldo) all’interno della quale ricadono il 15% dei dati.

I dati «evidenziano come i cambiamenti medi, mentre possono sembrare modesti, hanno in realtà grandi implicazioni su quelli estremi», ha sottolineato il dottor Hansen, «ed è ciò che sta colpendo gli ecosistemi e le società».

È il cambiamento climatico, baby. Nonostante ci siano ancora persone che riescono a contestarlo, se non addirittura a negarlo. È stato il caso di Antonino Zichichi che ha riaperto una discussione, oramai smentita da tutta (o quasi) la comunità scientifica mondiale: «È difficile attribuire alle attività umane effetti tali da produrre variazioni climatiche», scriveva lo studioso dalle pagine di un quotidiano che solo un mese dopo avrebbe pubblicato un appello “della Scienza contro le ecobufale”, apparentemente firmato da una ventina di climatologi, che avrebbe dovuto mettere in discussione l’equazione emissione di gas serra-cambiamento climatico (Zichichi, 2017).

Un tentativo mal riuscito a effetto boomerang, dopo che “Climalteranti”, il blog di esperti e studiosi del clima, ha raccolto le prime smentite dai presunti firmatari (Climalteranti, 2017).

Del resto, la boutade di Zichichi è nulla rispetto alle azioni di disinformazione portate avanti dalle grandi multinazionali dell’Oil&Gas. Un’interessante ricerca svolta da due docenti di Storia della Scienza ad Harvard e pubblicata da diversi quotidiani statunitensi, punta il dito sulla Exxon Mobil e sulla doppia verità portata avanti dall’azienda soprattutto alla vigilia dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto (Hiltzik, 2017).

Confrontando i report interni e le comunicazioni esterne su un arco temporale di trent’anni (dal 1972 al 2001), mostrando come mentre l’80% dei report interni dimostrava la concretezza del cambiamento climatico, in linea con i dati ufficiali (mentre solo il 2% delle ricerche interne esprimeva dubbi), sulla comunicazione esterna questo rapporto si ribaltava, con l’81% delle dichiarazioni pubbliche che negavano il cambiamento climatico. Un atteggiamento radicalmente cambiato dal 2015 e dalla conclusione dell’Accordo di Parigi che, a differenza di Kyoto, non prevede obiettivi e limiti legalmente vincolanti a cui attenersi.

Ma al di là della naivité o delle convenienze, la scienza seria e informata chiama per una reazione veloce e immediata: «È necessaria l’azione», sottolinea un’editoriale di “Nature Climate Change”, una delle riviste scientifiche più accreditate a livello mondiale. «Gli Stati e le città dovranno confrontarsi, e stanno già iniziando a farlo, con le conseguenze del cambiamento climatico. La California e la Cina stanno discutendo su una cooperazione per il clima, con la California ben consapevole delle sfide che si avranno davanti avendo già affrontato diversi anni di estrema siccità» (Nature Climate Change, 2017).

 

Il cambiamento climatico, le terre e gli oceani

Nel marzo del 2017, il panel intergovernativo di quasi 2.500 scienziati che si occupano di mutamento del clima (IPCC) si sono riuniti in Messico, a Guadalajara, per approvare tre nuovi report che verranno allegati al sesto Assessment Report (AR6) che rappresenta la summa delle conoscenze sul fenomeno e che è atteso per il 2020-2022. Il primo, fortemente richiesto alla Conferenza di Parigi, riguarda il limite di 1,5 °C di aumento della temperatura media globale, inserito come auspicio (e possibile target da rispettare) proprio all’interno delle premesse dell’accordo del 2015. Un lavoro sostanziale e particolarmente atteso dai governi, per poter fare la tara sui progressi (o le inefficienze) delle loro politiche ambientali.

I rimanenti due Rapporti non erano stati pensati durante Parigi 2015, ma furono affiancati al lavoro più specifico sulla temperatura in corso d’opera. Il contenuto del secondo è ancora indicativo (IPCC, 2017 a), ma riguarderà le questioni collegate alla desertificazione, al cambio di natura dei terreni e l’impatto sulla sicurezza alimentare, alla loro vulnerabilità con il cambiamento delle condizioni ambientali, mentre il terzo toccherà i temi collegati ai ghiacciai e alle acque di scioglimento, i ghiacci delle regioni polari e il loro impatto sui mari e sugli oceani (IPCC, 2017 b). Argomenti che riguardano tutti i Paesi membri, ma in particolare gli Stati insulari (e gli atolli dell’Oceano Pacifico in primis), che rischiano di essere le prime vittime degli effetti del climate change.

D’altra parte, il rischio per gli oceani sta diventando rilevante, e non solo per l’innalzamento dei mari (dovuto al combinato disposto dello scioglimento dei ghiacciai di terra e dell’espansione fisica dell’acqua dovuta alla temperatura): gli oceani sono infatti un enorme tampone che permette di attenuare l’effetto della CO2 sull’atmosfera. Il biossido di carbonio, infatti, si scioglie in acqua, in modo proporzionale alla temperatura, uscendo dall’equilibrio atmosferico ma impattando su quello marino: la conseguenza è una progressiva acidificazione che sta cominciando a mettere a rischio specie animali e algali, con pericolo di estinzione per alcune varietà già nel 2050 (AA.VV., 2015).

Con un’aggiunta importante: si cominceranno a tenere in considerazione gli effetti sfuggiti alle politiche di mitigazione e di adattamento, quel numero imprevedibile di disastri che accadranno comunque e che i Paesi del Sud del mondo (soprattutto quelli meno sviluppati e i Paesi insulari) hanno voluto come capitolo “Loss and damage” già dal 2010. Qualcosa si mosse in verità nel 2013 a Varsavia, ma è storia di questi ultimi anni l’importanza di tenere inserito questo concetto anche nelle ricerche dell’IPCC, così da fornire chiavi di lettura ai decisori politici.

Nel marzo del 2017, nel “quartier generale” ONU a Washington, il presidente dell’IPCC, Hoesung Lee, presentava il piano di lavoro del Panel per la preparazione dei tre report e indicava i collegamenti tra cambiamento climatico e l’Agenda per lo sviluppo (Hoesung Lee, 2017). Confermando il carattere antropogenico del fenomeno, sottolineava come la finestra di opportunità si stia velocemente chiudendo, considerato che il carbon budget per il contenimento dell’aumento della temperatura entro i 2 °C (che riguarda la quantità massima di CO2 emettibile senza disarticolare quell’obiettivo, e che corrisponde a 2.900 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio) è ormai esaurito per il 65%, guardando all’intervallo di tempo 1870-2011 e che rimangono 1.010 miliardi di tonnellate ancora da utilizzare. Una rimanenza che all’attuale tasso di emissioni (36 miliardi di tonnellate all’anno solo per le emissioni da combustibili fossili e attività industriali, come la produzione di cemento) potrebbe richiedere non più di trent’anni per esaurirsi.

 

photo: By Beyond My Ken [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) or CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], from Wikimedia Commons

******

IL 15° RAPPORTO SUI DIRITTI GLOBALI PUO’ ESSERE ACQUISTATO O ORDINATO IN LIBRERIA, OPPURE DIRETTAMENTE ONLINE DALL’EDITORE

Scarica l’indice del rapporto

Riportare i diritti nel lavoro. Leggi qui la prefazione di Susanna Camusso al 15° Rapporto

Il vecchio che avanza. Leggi e scarica qui l’introduzione di Sergio Segio al 15° Rapporto

La presentazione alla CGIL di Roma

Qui la registrazione integrale della presentazione alla CGIL di Roma del 27 novembre 2017

Qui le interviste a Sergio Segio, Patrizio Gonnella, Marco De Ponte, Francesco Martone

Qui notizie e lanci dell’ANSA sulla presentazione del 15° Rapporto

Qui il post di Comune-Info

Qui si può ascoltare il servizio di Radio Articolo1 curato da Simona Ciaramitaro

Qui un articolo sul Rapporto, a pag. 4 di ARCI-Report n. 37

Qui un articolo sul Rapporto, da pag. 13 di Sinistra Sindacale n. 21

Qui la registrazione di Radio Radicale della presentazione del 15° Rapporto a Torino, il 31 gennaio 2018

Qui un’intervista video a Sergio Segio e Susanna Ronconi sui temi del nuovo Rapporto

Qui l’articolo di Sergio Segio “L’apocalisse e il cambiamento possibile”, da Appunti n. 23, 1/2018

Articoli correlati

5 per mille

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »

Pin It on Pinterest

Share This