Cambiamenti climatici. Le «fabbriche della carne» inquinano il pianeta

Cambiamenti climatici. Le «fabbriche della carne» inquinano il pianeta

L’alternativa sana e sostenibile alle merendine industriali non è nemmeno il salame evocato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte atterrato a New York per il Climate Action Summit. Ieri, mentre a Helsinki era in corso il Consiglio informale dei Ministri agricoli dell’Ue sulla Pac (Politica agricola comune), a Roma gli attivisti di Greenpeace hanno portato davanti alla residenza di lavoro della ministra Teresa Bellanova un gigantesco maiale. Nel mirino gli allevamenti intensivi, «fabbriche di carne dove gli animali sono trattati con antibiotici e che mettono a rischio la nostra salute e quella del pianeta», non solo inquinando suolo acqua e aria con i liquami ma contribuendo pesantemente, in tutto il ciclo produttivo, al riscaldamento climatico. Spiega l’organizzazione ambientalista: «Il settore della zootecnia è responsabile del 14% delle emissioni totali e dell’80% della deforestazione a livello mondiale, insieme all’agribusiness. Per rispettare l’Accordo di Parigi sul clima, occorre dimezzare produzione e consumo di carne entro il 2050, sostenendo la transizione verso modelli agroalimentari ecologici».

Greenpeace punta il dito sui miliardi di euro di fondi pubblici spesi per finanziare in vario modo il sistema degli allevamenti intensivi, mentre in Italia hanno chiuso in un decennio oltre 320mila aziende agricole. Nel 2021 l’Europa dovrà decidere l’insieme di regole per l’assegnazione di sussidi e incentivi agli agricoltori e allevatori europei e le trattative sono già cominciate. Spiega Simona Savini responsabile Agricoltura per Greenpeace: «Per il clima, per gli animali, per l’ambiente, dobbiamo sostenere le aziende che producono in modo ecologico. Solo con politiche in grado di frenare davvero il riscaldamento globale si potrà dare un vero sostegno al made in Italy».

Anche la Lav (Lega anti-vivisezione), parlando di emergenza climatica come «disastro annunciato» rivolge un appello al governo e ai ministri di ambiente, salute e politiche agricole. Richiamando l’articolo 6 («riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi- Sad») del Decreto legge per il contrasto ai cambiamenti climatici e la promozione dell’economia verde, la Lav chiede uno «stop ai sussidi pubblici alla zootecnia», anzi l’inclusione della carne in una tassa sui prodotti inquinanti.

Parallelamente, nell’ambito dei «sussidi ambientalmente favorevoli – Saf» occorrono vantaggi fiscali per le proteine vegetali, da incentivare anche nella ristorazione collettiva con gli Acquisti pubblici verdi (Gpp). E infine, l’Italia deve «contare e includere le emissioni del settore zootecnico negli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra».

La Lav richiama anche la campagna Act Now dell’Onu che mette fra i punti fondamentali per la difesa del clima le scelte a tavola. Non sarà facile: il consumo di carne è in aumento nel mondo. Nel 2026 la sola Cina ne consumerà 77 miliardi di chilogrammi, 55 kg pro capite. Sempre meno dell’Occidente, al quale ambientalisti e animalisti chiedono azioni serie.m. cor.

* Fonte: Marinella Correggia, il manifesto



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