Libia-Eni. L’Italia, la geopolitica e il petrolio

Sono soprattutto le ingerenze della Turchia, per mettere le mani sulle riserve di idrocarburi di Tripoli, a minare la presenza delle compagnie petrolifere occidentali. Quella italiana su tutte

Goffredo Galeazzi * • 15/1/2020 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 533 Viste

Il Cane a sei zampe non nasconde le difficoltà legate «a rischi geopolitici e di instabilità finanziaria» nel paese, ma non intende smobilizzare le proprie attività

La Libia è il quinto fornitore di petrolio dell’Italia, con scambi per oltre 4 miliardi di euro nel 2018, occupa il nono posto tra i paesi esportatori di petrolio al mondo e possiede ingenti riserve petrolifere, circa 48 miliardi di barili, secondo le stime dell’Us Energy Information Administration.

Oltre al greggio, in Italia sono arrivati 6 miliardi di metri cubi di gas, l’8% del totale importato, attraverso il gasdotto Greenstream che raccogliere il gas proveniente dai due giacimenti di Bahr Essalam e Wafa per poi approdare a Gela, in Sicilia. L’interscambio tra i due paesi si è attestato nel 2018 a 5,4 miliardi di euro di cui l’88,8% nel settore energetico.

Di questa ricchezza energetica l’Eni continua a controllare oltre il 45% della produzione di idrocarburi nel paese che vale circa il 16% e della produzione totale del gruppo. Insomma, presente dal 1959, resta la compagnia straniera di gran lunga più importante.

Come ha ricordato l’amministratore delegato Claudio Descalzi, l’attività è condotta nell’offshore mediterraneo di fronte a Tripoli e nel deserto libico per una superficie complessiva sviluppata e non sviluppata di 24.673 chilometri quadrati (12.336 chilometri quadrati in quota Eni).

Prima del verificarsi degli ultimi scontri, l’Eni ha registrato un esito positivo delle esplorazioni nell’area contrattuale D con una nuova scoperta a gas e condensati in prossimità dei campi in produzione di Bouri e di Bahr Essalam. E nel 2018 è stato finalizzato un accordo con la compagnia petrolifera libica National Oil Corporation (Noc) e Bp per rilanciare l’esplorazione nel Paese, con l’assegnazione a Eni di una quota del 42,5% nelle aree contrattuali A e B (onshore) e C (offshore) della Libia, con Eni operatore, ruolo attualmente svolto da Bp.

L’estrazione nazionale di idrocarburi è gestita dalla Noc che nel 2018 ha registrato una produzione media di 1,107 miliardi di barili al giorno e un fatturato medio di 24,4 miliardi di dollari con un aumento del 78% su base annua: il massimo livello di produzione e entrate dal 2013, come ricordato dal presidente della Noc Mustafa Sanalla. E gli introiti della Noc finiscono alla banca centrale governata da Tripoli. A questa produzione Eni ha contribuito nel 2018 con 302 mila barili equivalenti di petrolio al giorno (petrolio e gas), il 15% della produzione totale del gruppo. Nel 2017 è stato toccato il record al record di 384 mila barili al giorno. Bastano questi pochi dati per inquadrare l’importanza della Libia per l’Italia e per l’Eni.

Per Alberto Clò, ex ministro dell’Industria e già consigliere di amministrazione del Cane a sei zampe, «Eni rappresenta un interesse per la Libia. Che sia Haftar o Sarraj, Eni serve alla Libia. È l’Italia ad aver lasciato sola Eni in questa partita».

Le attività di Eni in Libia sono regolate da contratti di lungo periodo, cosiddetti Epsa (Exploration and production sharing agreement) con durata fino al 2038 per l’Area C, fino al 2041 per l’Area E, fino al 2042 per l’Area A e B, e fino al 2043 per l’Area D.

La scorsa estate Descalzi ha confermato l’impegno di Eni sul campo, anche con l’introduzione delle fonti di energia rinnovabile. E nonostante il difficile contesto operativo, nel primo semestre 2019 le attività petrolifere Eni hanno marciato con regolarità e in linea con i piani aziendali. Ma l’ultima relazione semestrale disponibile, dice anche qualcos’altro.

Il Cane a sei zampe non nasconde le difficoltà legate «a rischi geopolitici e di instabilità finanziaria in alcuni importanti paesi quali Venezuela, Nigeria, Egitto e Libia». E proprio la Libia «rimane uno dei paesi di presenza Eni maggiormente esposti al rischio geopolitico». Una situazione che «continuerà a costituire un fattore di rischio e d’incertezza per il prossimo futuro» tanto è vero che l’incidenza complessiva di produzione di idrocarburi in Libia «è prevista ridursi nel medio termine».

Per ora, comunque, l’Eni non intende smobilizzare le proprie attività nel paese. Solo un mese fa, Descalzi ha detto che «dalla Libia non ce ne siamo mai andati anche perché, invece di esportare gas abbiamo deciso di alimentare il mercato interno: quindi siamo l’unico e il primo produttore di gas e riforniamo tutte le centrali elettriche del paese, per una capacità di oltre 3 GW. Questo ci aiuta. I nostri impianti non sono mai stati toccati, altrimenti ci sarebbe stato il rischio di un blocco completo del paese». Un’affermazione parzialmente smentita a fine novembre, quando i combattimenti tra forze del governo di accordo nazionale libico (Gna) del premier Fayez al Serraj e quelle del generale Khalifa Haftar hanno causato la momentanea chiusura del giacimento petrolifero di El Feel (l’elefante), operato da Eni assieme alla Noc. Ma Descalzi si è anche detto convinto che la Libia è «un territorio dove i conflitti non riguardano i libici, ma tanti paesi diversi. La soluzione non è nelle mani solo dei libici ma nelle mani di altri paesi».

Sono soprattutto le ingerenze della Turchia, interessata a sciogliere il nodo libico appoggiando il governo Al Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale, per mettere le mani sulle riserve di idrocarburi di Tripoli, a minare la presenza delle compagnie petrolifere occidentali. Eni su tutte. Ultimo passo verso al Serraj, la decisione di inviare un contingente militare in Libia per un anno, una mozione votata a maggioranza assoluta dal

Parlamento di Ankara a inizio 2020 per “sostenere il governo legittimo di Tripoli”.

Nello scacchiere libico, tuttavia, operano altri attori interessati: appoggiano Haftar la Russia, alleato di Ankara che non vuole una escalation militare, l’Egitto di al-Sisi, la più grande potenza dell’area, l’Arabia Saudita e la Francia.

Già oggi la compagnia turca Turkish Petroleum Corporation ha ottimi rapporti con la Noc, rafforzati nell’ultimo anno. Gli analisti di Sibylline, una società di consulenza strategica, ha calcolato che «i contratti turchi Libia ammontano a oltre 25 miliardi di dollari, e Erdogan vuole mantenere l’accordo marittimo siglato col governo di unità nazionale, che serve a legittimare Ankara nelle sue richieste di detenere riserve di gas naturale nel Mediterraneo».

I progetti energetici della Turchia sono ambiziosi. All’accordo firmato da Grecia, Israele e Cipro ad inizio 2019 per il gasdotto Eastmed, che punta a fornire circa il 10% del gas naturale all’Europa aggirando la Turchia, ha risposto proponendo un progetto alternativo per un gasdotto tra Turchia e Repubblica turca di Cipro settentrionale. Fa accordi con la Russia per essere la nuova via del gas verso l’Europa, con il gasdotto Turkstream appena inaugurato. Rivendica e intende operare in alcuni blocchi esplorativi già assegnati a Eni e Total da Cipro bloccando le attività delle due compagnie forte di un memorandum d’intesa con la Libia firmato a fine novembre che riconosce la giurisdizione turca su un tratto di mare al largo del Mediterraneo. Un accordo quest’ultimo che non piace nemmeno ai governi di Cipro, Egitto, Grecia e Francia perché «mina la stabilità della regione e viola le leggi internazionali».

* Fonte: Goffredo Galeazzi, il manifesto

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