Quando il barile raschia la pace

Haftar deve dimostrare agli alleati che è in grado di avere risorse economiche, visto che è indebitato con i russi e con gli egiziani, che puntano alla Libia come cassaforte energetica e a un bacino dove scaricare milioni di disoccupati

Alberto Negri * • 19/1/2020 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 429 Viste

Chi non vorrebbe la pace in Libia, l’obiettivo per cui si riunisce oggi la Conferenza di Berlino? I protagonisti libici, Sarraj e Haftar, hanno continuato fino all’ultimo a giocare sulla loro presenza all’appuntamento come Nanni Moretti in Ecce Bombo: mi si nota di più se vado o se non vado? Nel dubbio le due parti hanno dato via libera ai ricatti per far capire che possono procurare guai a tutti.

Facendo intuire che forse sarebbe il caso per il futuro della Libia trovare altri personaggi, cosa per la verità più facile a dirsi che a farsi. Ma pensare che con questa coppia si possa riunificare l’ex colonia italiana divisa tra Tripolitania e Cirenaica, oltre che tra mille fazioni, appare irrealistico.

Così il generale Khalifa Haftar, cittadino americano, ex generale di Gheddafi sconfitto in Chad, sostenuto da Russia, Egitto, Emirati, Arabia Saudita ma anche beniamino dei francesi, si è giocato la carta del petrolio, una di quelle più sensibili nel poligono libico. Trincerandosi dietro a un’azione delle milizie popolari, ha quindi fatto chiudere i terminali per l’esportazione del greggio alla Sirte.

Mossa fondamentale perché da lì vengono gli unici proventi dell’economia libica incassati dalla Banca centrale che li distribuisce sia alle fazioni della Tripolitania che a quelle della Cirenaica.

Haftar, per l’embargo, non può esportare il «suo» petrolio. Assai irritante per il generalone che deve fare pure «campagna acquisti» tra le fazioni.
Il suo resta un avvertimento pesante: nell’assedio di Tripoli tiene per il manico il coltello che taglia alcune fette consistenti della torta petrolifera. Certo non può mettere ancora le mani sui pozzi dell’Ovest e sul terminale del gas Eni di Mellitah, che insieme all’eventuale cattura dell’aereoporto della capitale, lo porterebbero a controllare la Libia.

Ma deve dimostrare agli alleati che è in grado di avere risorse economiche, visto che è indebitato con i russi – che gli hanno stampato carta moneta in dinari e fornito mercenari – e con gli egiziani che puntano alla Libia come a una cassaforte energetica e a un bacino dove scaricare qualche milione di disoccupati.

Ma prima il generale Al Sisi deve «ripulirla», in accordo con Arabia Saudita ed Emirati, dai Fratelli Musulmani e dai gruppi islamici ostili, i veri nemici di questo blocco arabo, una sorta di Nato «minore» che ha ormai sostituito quella vera che aveva bombardato Gheddafi nel 2011 provocando con Francia, Gran Bretagna e Usa un disastro di cui l’Italia si è poi fatta complice partecipando ai raid contro il suo maggiore alleato nel mediterraneo.

Il «campione» tripolino Sarraj ha invece trovato la sponda del suo principale sponsor: Erdogan, il quale ha spazio per un’altra avventura neo-ottomana.

Fallita quella in Siria, dove grazie al ritiro criminale di Trump ha fatto massacrare i curdi nostri alleati contro l’Isis, ma è stato fermato dalla Russia e da Assad, adesso ci riprova in Libia che l’impero ottomano perse nel 1911 con l’occupazione italiana insieme al Dodecaneso.

Non solo: ha fatto firmare a Sarraj una carta per lo sfruttamento del gas nella «zona esclusiva» di Cipro greca dove si prepara ad assegnare le «sue» concessioni. E qui fa arrabbiare Italia, Francia e Usa ma anche Israele – che ha inviato i suoi droni a Nicosia – e persino l’Egitto interessato alla costruzione del gasdotto East-Med, concorrente del Turkish Stream appena inaugurato da Mosca e Ankara.

Si spiega così il suo a appello a favore di Sarraj la cui caduta porterebbe secondo Erdogan a una ripresa del terrorismo. In realtà il terrorista è lui che usa i mercenari jihadisti impiegati in Siria, oltre ai suoi soldati, per difendere Tripoli. Erdogan, che ricatta l’Europa con i profughi siriani e ha acquistato armi dalla Russia, sbarrando di fatto la base di Incirlik agli americani, gioca tra le contraddizioni occidentali e del mondo arabo.

Putin lo può contrastare ma Erdogan gli serve per gli affari nel gas e la penetrazione nel Mediterraneo. È un suo avversario ma anche un alleato perché giustifica il ruolo di Mosca in tutta la regione. Trump, nella visita a Washington del leader turco, si è dichiarato pubblicamente un «tifoso» di Erdogan. Perché come lui se ne frega degli accordi e della legalità internazionale e tratta gli europei a pesci in faccia.

L’Italia, dopo il lungo sonno dell’ex ministro Moavero e la propaganda anti-migranti di Salvini, si accorge in questa fase di obbligato attivismo diplomatico del nuovo governo di non avere nessuna arma negoziale, né con Sarraj, né con Haftar, perché i loro rispettivi alleati sono avversari o partner a seconda delle situazioni. Se sostieni uno irriti l’altro. A Trump, per esempio, piace Haftar, aiutato da Paesi arabi che sono anche i maggiori clienti di armi degli Usa. Vediamo se a Berlino ci beviamo ancora la favoletta americana della «cabina di regia» in Libia. Di Maio una particina in Ecce Bombo, ai tempi, non gliela toglieva nessuno.

* Fonte: Alberto Negri, il manifesto

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