Europa. Sul digitale e AI una strategia volenterosa ma povera di mezzi

Presentato dalla Commissione Ue il «libro bianco» sull’intelligenza artificiale all’insegna della «sovranità tecnologica». L’aspirazione a diventare una superpotenza produttiva limitata dalla mancanza di un mercato unico e dalla modestia degli investimenti

Roberto Ciccarelli * • 20/2/2020 • Europa, Scienze & Tecnologie • 175 Viste

Solo per il settore “cloud”, uno dei più redditizi al mondo, l’ipotesi di due miliardi di euro in sette anni. Negli Usa i grandi unicorni hanno drenato 150 miliardi di dollari negli ultimi dieci anni

È molto difficile che nell’Unione Europea possano nascere attori capaci di insidiare i monopoli globali di Facebook o Tencent e degli altri unicorni cino-americani, ma a Bruxelles credono che esista una seconda possibilità per garantire la «sovranità tecnologica» indipendente dalla Silicon Valley o da Shenzhen finanziando un’ondata di intelligenza artificiale basata essenzialmente sulla produzione e la commercializzazione dei dati dell’industria manifatturiera. Per questa ragione l’esecutivo guidato da Ursula Von Der Leyen ieri ha lanciato un «Libro bianco» sull’intelligenza artificiale e una strategia europea sui dati aperto a una consultazione pubblica fino al prossimo 19 maggio. Insieme al «Green new deal», quello digitale è il pilastro della nuova Commissione che prevederà nel bilancio pluriennale 2021-27, ancora da discutere e già oggetto di polemiche per le sue ristrettezze che contraddicono le ambizioni a parole, investimenti pari a 15 miliardi di euro nel digitale, industria e spazio. La nuova strategia si propone di intensificare l’uso dei dati nello sviluppo dei farmaci personalizzati, migliorare la mobilità per i pendolari o rendere climaticamente «neutro» il continente entro il 2050.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE è considerata un’attività chiave da sostenere con 2,5 miliardi per sviluppare piattaforme dati e applicazioni. Di questi solo due potrebbero essere investiti su infrastrutture «cloud», ovvero le nuvole virtuali dove sono custoditi i dati online. Un’esigenza primaria in una produzione sempre più digitalizzata perché mutualizza le risorse, le rende disponibili alla domanda, semplifica lo stoccaggio e facilita l’accesso ai dati individualizzati e accessibili in ogni momento grazie ai sistemi portabili. Il tutto a un costo abbordabile. Il monopolio americano è quasi totale in questo settore strategico in mano a Amazon Web Services o Azure di Microsoft che ha battuto ogni record e insidia il primato dell’azienda di Jeff Bezos.

RISPETTO AI DUE MILIARDI di investimenti ipotizzati ieri dalla Commissione Ue per sette anni va fatto un paragone con l’industria americana. Negli ultimi dieci anni hanno investito 150 miliardi di dollari solo in questo settore. Hanno raddoppiato le loro infrastrutture e realizzano enormi economie di scala. La visione della «seconda possibilità» dell’Europa in materia di tecnologia digitale si basa sullo sfruttamento dei dati prodotti da giganti industriali come Volkswagen, Engie o Nokia – e sull’idea che si possa realizzare un uso migliore rispetto ai concorrenti negli Stati Uniti o in Cina. L’obiettivo è creare un mercato unico per i dati nei servizi all’industria. Le aziende europee avranno poche possibilità di rimanere in gioco quando si tratterà di affrontare il tema degli algoritmi di apprendimento automatico se non saranno in grado di sfruttare i dati dell’intero mercato europeo. Il problema è che in Europa non esiste un mercato di questo tipo.

«UNO DEI MOTIVI per cui non abbiamo un Facebook o un Tencent è che non abbiamo mai dato alle imprese europee un mercato unico completo dove poter crescere – ha detto Margrethe Vestager, vicepresidente della commissione Ue con responsabilità sull’agenda digitale il 17 febbraio – Ora il minimo che possiamo fare è assicurarci che abbiano un vero mercato unico». Non sarà così semplice perché ogni stato membro potrà fare valere la «sovranità tecnologica» che la Commissione ora oppone a Stati Uniti e Cina.

«SE VOGLIAMO avere successo – ha continuato Vestager – non dobbiamo mettere l’intelligenza artificiale del settore business-to-business nella stessa posizione di quella business-to-consumer perché non abbiamo un mercato unico». Nella lingua di legno dell’organizzazione d’impresa queste espressioni indicano un problema nello sviluppo di uno dei mercati di riferimento per i servizi cloud: lo scambio e la valorizzazione dei dati tra imprese (business-to-business) e non solo quelli tra imprese e consumatori che conosciamo tutti. Il «B2B» è uno dei settori più redditizi, ma è difficile per ora che l’Ue possa fare valere la sua «sovranità». Lo spazio digitale europeo si presenta al momento altamente normato sia giuridicamente, con il «regolamento generale sulla protezione dei dati» (Gdpr), sia eticamente con la «carta etica europea sull’uso dell’intelligenza artificiale», ma risulta privo di un vero sistema industriale capitalistico che sfrutta i dati comportamentali prodotti dalla forza lavoro di ciascuno di noi e produce un plusvalore sui prodotti predittivi finalizzati all’anticipazione di ciò che vogliamo o desideriamo. L’aspirazione è diventare una superpotenza produttiva. Per ora resta un campo fortemente regolato. Senza contare che, anche dal punto di vista della concorrenza intercapitalistica sulla conoscenza, circa il 45 per cento dei brevetti sull’intelligenza artificiale sono depositati negli Stati Uniti e un altro 40 per cento in Cina.

L’ESIGENZA di evocare una «sovranità tecnologica» – definita ieri da Von Der Leyen «capacità di compiere le proprie scelte sulla base dei valori umanistici e nel rispetto delle regole europee» – sembra così ridursi a un problema di sicurezza degli stati. Quello che preoccupa gli europei è la legge Usa cosiddetta «Cloud Act» che autorizza le polizie e i servizi segreti di Trump ad accedere ai dati stoccati dagli operatori americani in tutto il mondo in caso di crimini o di minacce terroristiche, a discrezione del potere politico e degli inquirenti di quel paese. Un’impresa Usa può chiedere a un giudice l’autorizzazione all’accesso dei dati di un concorrente che si appoggia sulla tecnologia a stelle e strisce. I dati sarebbero comunque protetti, ma le rassicurazioni delle aziende Usa non sono servite.

LA SPINTA verso un mercato «sovrano» europeo risponde a questi timori e favorisce il processo di segmentazione della Rete prodotta dall’attuale orientamento monopolistico e protezionista del mercato. Su questo punto la liberale Vestager si è esibita in un elegante paradosso: «Per noi essere sovrani significa che si possono fare delle cose, non impedirlo agli altri». Tutti i sistemi digitali sono dunque benvenuti nell’Ue, a patto che rispettino le leggi. Ciò non toglie che il riconoscimento facciale, strumento usato per dare la caccia ai migranti sul confine Usa-Messico, o alle minoranze nelle città, non sarà bandito, ma permesso per motivi di «sostanziale interesse pubblico». è quello che già accade in Europa nel caso delle manifestazioni dichiarate «eccezionali» nell’interesse del potere politico del momento.

LA PRIVACY, settore fortemente presidiato in Europa, è un altro problema affrontato dall’approccio «umanistico» della Commissione. Il Wall Street Journal ha rivelato nel novembre 2019 che Google accede ai dati di milioni di pazienti americani senza il loro consenso grazie a un contratto firmato con Ascension. Lo scopo è quello della governamentalità applicata agli algoritmi: migliorare la cura in nome del benessere attraverso il controllo esercitato da tecnologie di proprietà di imprenditori privati. Qui non si contesta questo principio capitalistico. Gli Stati si fanno garanti di uno suo sfruttamento regolato. Sovranità tecnologica è dove regnano, in Europa e non solo, «Libertà, Eguaglianza, Proprietà e Bentham».

* Fonte: Roberto Ciccarelli, il manifesto

 

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