Libia. Il generale Haftar bombarda Tripoli, Sarraj chiude il dialogo

Libia. La delegazione del Gna lascia Ginevra per protesta. Il generale risponde accusando il governo tripolino di violazioni del cessate il fuoco, ma di fatto manda all’aria il “Processo di Berlino”

Roberto Prinzi * • 20/2/2020 • Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 271 Viste

La reazione politica del Governo di accordo nazionale (Gna) al raid aereo di martedì nel porto di Tripoli delle forze dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Eln) di Haftar è stata immediata: ieri il premier al-Sarraj ha deciso di sospendere tutti i negoziati militari, politici ed economici sponsorizzati dalla missione Onu in Libia (Unsmil) con il capo dell’Eln per le sue «violazioni del cessate il fuoco che prendono di mira strutture civili».

La rottura era stata anticipata martedì sera quando il suo governo decideva di non prendere più parte a Ginevra ai negoziati Onu del Comitato militare congiunto 5+5 (cinque ufficiali Gna e altrettanti Enl) e prometteva di rispondere «fermamente e al momento appropriato» all’attacco.

Al-Sarraj ha lanciato pesanti bordate contro il nemico Haftar: «Lo scopo del suo attacco è guadagnare più tempo per attuare il suo piano di distruzione. Qui non ci sono due parti in conflitto, ma piuttosto un aggressore e chi difende se stesso, la sua famiglia e lo Stato civile democratico».

Il raid allo scalo marittimo di Tripoli, giustificato dall’Enl come «una risposta alle violazioni del cessate il fuoco del Gna», è un ulteriore salto verso il baratro per la Libia intera. Il messaggio politico lanciato da Haftar è chiaro: rifiuto netto del «Processo di Berlino», via però considerata necessaria dalla diplomazia internazionale per giungere a un cessate il fuoco permanente nel paese.

La tempistica del bombardamento non è stata casuale: l’attacco, che ha causato tre morti e cinque feriti, è avvenuto il giorno dopo l’annuncio dell’Unione europea di una nuova missione navale, aerea e satellitare davanti alle coste della Cirenaica per monitorare l’embargo sulle armi e nelle ore in cui a Ginevra veniva riconvocato il Comitato militare congiunto.

Haftar, che ormai ha sotto il suo controllo gran parte del paese, non vuole una tregua perché teme che qualunque intesa con il Gna possa basarsi sul ritiro delle sue forze dalle aree conquistate in questi dieci mesi di offensiva anti-Tripoli.

Ma sa anche che non può perdere il sostegno dei suoi sponsor esteri (Russia in testa) che da mesi premono per una soluzione diplomatica. E gioca la sua partita libica anche diplomaticamente mostrandosi aperto e rispettoso dei dettami dell’inviato Onu Salamah.

«L’Eln sta rispettando il cessate il fuoco in linea con gli ordini militari ricevuti», si è difeso l’esercito della Cirenaica da chi lo ha accusato per il raid sul porto. A calmare le acque ci ha pensato lo stesso Haftar che, incontrando ieri a Mosca il ministro della Difesa russo Shoigu, ha concordato che l’unica opzione possibile per la Libia è una «soluzione politica».

Intanto nuove grane giudiziarie per il capo dell’Enl arrivano dagli Stati uniti, di cui è cittadino. Due libici lo hanno denunciato: le sue forze armate avrebbero torturato a morte i loro familiari nell’ottobre 2014 poco dopo il lancio dell’operazione anti-islamista «Karama».

* Fonte: Roberto Prinzi, il manifesto

ph by France24 / CC BY-SA

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