Disobbedire alla logica di guerra: ecco la ragione fondativa dei Social Forum

Disobbedire alla logica di guerra: ecco la ragione fondativa dei Social Forum

20 ANNI DOPO. Come eravamo e dove andiamo. Dossier n. 2/2001. Dall’archivio dell’agenzia Testimoni di GeNova, un’Intervista a Beppe Caccia, militante dell’area della Disobbedienza sociale

 

 Cosa significa oggi l’incontro di Firenze tra i vari Social Forum italiani?

Credo che il passaggio di Firenze sia molto importante. Dopo il massacro orrendo di New York e Washington, tutti i Social Forum hanno in una prima fase patito una condizione di shock. Inoltre, è giusto ricordarlo, si è scatenata una campagna molto pesante, non solo italiana, contro il movimento che da Seattle attraversando l’inferno di Genova ha criticato teoricamente e praticamente l’attuale modello neoliberista di globalizzazione. Alcune dichiarazioni di Berlusconi sulla superiorità della civiltà occidentale erano accompagnate da una battuta sul rapporto tra l’attacco alle Twin Towers e il clima creato dai movimenti cosiddetti “no global”. Questo dimostra una volontà delle destre, a livello non solo italiano ma globale, di regolare i conti con questo movimento. Invece, se leggiamo i fatti terroristici statunitensi non come un attacco portato dall’esterno dell’impero ma come un’implosione di questo modello di relazioni economiche, sociali e politiche, e se consideriamo il recente scatenarsi della guerra in Afghanistan, si vedono ulteriormente rafforzate le ragioni di fondo del movimento e ulteriormente qualificati i suoi obiettivi. Un momento come quello di Firenze deve servire a un confronto vero, non a livello di portavoce ma con il coinvolgimento dell’ossatura militante delle diverse esperienze che nei Social Forum sono confluite.

Che rapporto si può immaginare allora tra livello nazionale e livello locale?

Quando parliamo dei Social Forum facciamo riferimento a realtà che si presentano non omogenee internamente e con caratteristiche diverse in ogni territorio. Ci sono cioè mille anime nei vari Social Forum e circa cento diversi Social Forum in Italia, che rispecchiano la varietà delle situazioni sociali, dei territori, dei contesti in cui si trovano a operare oltre che la varietà delle soggettività che ci stanno dentro. Questo confronto non deve servire a operare un meccanismo di omogenizzazione e omologazione: credo che nessuno di noi abbia in testa il passaggio alla costruzione dell’Italia Social Forum come forma organizzata unica ed omogenea di questo movimento, o peggio come partito o partitino del “no global”. Sono ipotesi che stanno fuori dal nostro orizzonte. Abbiamo invece bisogno di confrontarci sulla necessità di questo “movimento di movimenti” di presentarsi attrezzato in questo nuovo scenario di guerra globale permanente. Sul fatto cioè che la dimensione della guerra si rivela una dimensione essenziale all’Impero, che può procedere nella costituzione politica delle sue forme di sovranità solo attraverso questo passaggio della guerra. Anche in quest’ottica dobbiamo leggere l’inferno di Genova: lì abbiamo provato sulla nostra pelle cosa significhi la guerra a bassa densità dell’impero contro le moltitudini. Modello già sperimentato nell’America Centrale nel corso degli anni Ottanta e Novanta.

Il rifiuto della guerra quindi come valore comune dei Social Forum?

Firenze è il luogo dove precisare la direzione di marcia. Al centro delle prospettive che i Social Forum devono darsi in questo Paese sta la capacità, legando conflitto e consenso, di sottrarsi dalla logica di guerra, morte e distruzione e di come configgere con questa logica. Non possiamo pensare a Social Forum onnivori e onniscienti. Ci sono campagne egregiamente condotte e promosse dai singoli rivoli, torrenti e fiumi che nel mare dei Social Forum confluiscono: ben vengano e abbiano piena cittadinanza nel “movimento di movimenti”, ma non credo che i Social Forum debbano dividersi in gruppi di lavoro tematici per occuparsi di queste campagne. Penso invece che un tema come quello della guerra e delle diverse forme di sottrazione, rifiuto, disobbedienza e diserzione nei confronti della guerra debba sì diventare patrimonio e ragione sociale dei Social Forum in questa fase.

E sul fronte internazionale, quale rapporto tra Forum locali e nazionali con il Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre?

Anche a livello internazionale è necessario confrontarsi a viso aperto col tema della guerra. Porto Alegre edizione 2002 non potrà essere la ripetizione di Porto Alegre 2001: o riesce a essere anche il riferimento della critica teorico-pratica alla guerra come dimensione strutturale della globalizzazione neoliberista oppure ha esaurito il suo ruolo. Credo che sia altrettanto indispensabile costruire dei passaggi regionali per giungere a Porto Alegre, anche perché i segnali che arrivano dalle capitali europee sono importanti. Pensiamo alle quasi contemporanee manifestazioni di Berlino e Londra contro la guerra, che sono l’embrione di questa dimensione da Social Forum Europeo. E questo tipo di dimensione si inserisce in un dibattito che attraversa le sinistre in Europa poco chiaro, pieno di ambiguità, reticenze ed equivoci.

A proposito di sinistra, come si pone il “movimento di movimenti” italiano rispetto ad una sinistra istituzionale che da Genova fino a Perugia ha evidenziato posizioni poco chiare ma comunque piuttosto critiche e distanti?

Il rapporto è difficile perché si sta su piani che si rivelano spesso non comunicanti. Il dibattito parlamentare sulla guerra, un certo tipo di presenze alla Perugia-Assisi, rivelano una incomunicabilità di fondo prima ancora che un dissenso politico. Detto questo, però, la dimensione dei Social Forum non è in grado di dare da sola una risposta al tema della crisi delle forme date e conosciute di rappresentanza e della necessità di creare nuove forme. Anche le formazioni politiche istituzionali che sono apparentemente più sintoniche con il movimento (mi riferisco a Rifondazione comunista e ai Verdi), in realtà sono profondamente e radicalmente interrogate nel loro ruolo e nel loro destino da questo movimento. Il problema è complesso su tutti i fronti: oggi tutti sono in dovere di sentirsi e dichiararsi in crisi rispetto al tema del rapporto tra movimenti e rappresentanza.

La repressione di Genova prima e la grave situazione sviluppatasi a livello internazionale nelle ultime settimane ha necessariamente messo in crisi la pratica politica della disobbedienza civile, almeno per come l’avete intesa fino a quel momento. Che tipo di riflessione state facendo in merito?

Il combinato disposto di Genova, New York e Afghanistan porta in primo piano come tonalità emotiva dominante la paura. Il paradigma moderno del dominio, della sopraffazione e della sottomissione al dominio stesso è stato costruito attorno ad un sentimento politico originario: la paura. Là dove c’è paura si impone il monopolio della forza e si impone la costituzione delle forme di sovranità. La sfida che da Seattle in poi il movimento di critica alla globalizzazione ha lanciato, magari non detta e rimasta sotto traccia, è quella di pensare a una comunità dove le relazioni politiche singolari e collettive facciano a meno del sovrano e della sovranità. Questa espressione è stata non a caso attaccata dal riproporsi in primo piano del tema della paura, che riguarda tutti: i mercati, i telespettatori, i 300.000 attaccati indiscriminatamente a Genova ecc. Questo riaffacciarsi della paura come elemento che domina la scena impone una riflessione profonda anche su quel rapporto tra conflitto e consenso che aveva trovato una soluzione nella disobbedienza civile, che non è solo una tecnica dello scontro di piazza ma un metodo politico. Io non credo però che la soluzione sia tornare indietro, sia l’introiezione della paura e l’appiattimento in nome della paura su una generica e indistinta cultura che assume il tema della nonviolenza come paravento ideologico. Perché questo equivarrebbe a rinunciare ad essere protagonisti di una battaglia di sottrazione alla logica e alle pratiche della guerra. Certo non può neppure rappresentarsi uguale a se stessa facendo finta che Genova, New York e Afghanistan non ci siano stati. La sfida è questa e si gioca sul terreno sociale, con ciò che abbiamo cercato di definire passaggio dalla “disobbedienza civile” alla “disobbedienza sociale”, e sul passaggio dalla disobbedienza alla diserzione sociale.

Cosa significa in pratica?

Significa attuare una verifica a livello territoriale e dentro i conflitti sociali, non soltanto dunque dentro la pratica di piazza di un tale gruppo o di un altro. Una prima verifica sarà quella del 16 novembre con lo sciopero dei metalmeccanici: riuscirà a diventare una giornata di disobbedienza e diserzione sociale di fronte alla guerra? Sarà il primo terreno di verifica concreta e pratica. Con la Perugia-Assisi ci si è contati e si è visto che contro la guerra si può scendere in strada in 300.000 senza rischiare la vita. Ma questo non basta: se ci attestiamo solo sulla Perugia-Assisi, tra poco dalle marce passeremo alle marce funebri. (E.P.)

 

 

ph by Ares Ferrari, CC BY-SA 3.0 <http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/>, via Wikimedia Commons



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