Intervista a Federico Brocchieri. Il climate change e Trump, il temporeggiatore

Gli Stati Uniti hanno responsabilità e doveri nei confronti del mondo, riguardo il riscaldamento climatico, che non potranno eludere

Intervista a cura di Alberto Zoratti, 15° Rapporto sui diritti globali • 13/3/2018 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2017 • 345 Viste

Per Federico Brocchieri, Vicepresidente e Contact Point UNFCCC di Italian Climate Network e delegato alle Conferenze dell’ONU sul clima dalla COP17 alla COP22, la forza degli accordi sul clima intervenuti alla COP21 di Parigi è quella di aver messo in un’unica piattaforma tutta una serie di attori che sono in grado di far muovere l’economia. Un fatto che rende stridenti, antistoriche e isolate le dissociazioni venute dal presidente Donald Trump, che vorrebbe uscire dall’Accordo. Gli Stati Uniti hanno responsabilità e doveri nei confronti del mondo, riguardo il riscaldamento climatico, che non potranno eludere: in base alle clausole di Parigi, gli Stati Uniti non potrebbero comunque lasciare l’Accordo prima del 4 novembre 2020, poco prima della fine del mandato di Trump. L’Accordo di Parigi ha peraltro differenziato, in base alle responsabilità storiche nella quantità di emissioni, gli obblighi derivanti: «la distinzione viene sottolineata nei termini e nei verbi utilizzati per sancire i diversi gradi di vincolo richiesto: per i Paesi sviluppati si usa il termine inglese “shall” (corrispondente a un “devono”), per i Paesi di nuovo sviluppo il termine “should” (dovrebbero), mentre per quelli vulnerabili “may” (“potrebbero”, nel senso di possibilità)», ricorda Brocchieri.

 

Rapporto sui Diritti Globali: Nel dicembre del 2015 a Parigi si raggiunge una tappa epocale: viene firmato l’Accordo di Parigi per contrastare il cambiamento climatico. Cosa cambia tra l’architettura precedente, fondata sul Protocollo di Kyoto, e lo scenario attuale e futuro?

Federico Brocchieri: Il principale cambiamento sta nella natura dell’Accordo: Kyoto era un accordo “top down”, cioè tentava di porre gli obiettivi di riduzione dall’alto. Con Parigi questo approccio viene completamento ribaltato, ed è il punto di arrivo di un percorso di lungo periodo, nato dopo il fallimento di Copenaghen e che si è sviluppato a partire dalla Durban Platform, formalizzata alla COP in Sud Africa nel 2011. Adesso gli impegni, chiamati d’ora in poi contributi, vengono dal basso: ogni Paese è stato chiamato a presentare un contributo nazionale volontario (National Determined Contributions, NDCs) per poter contribuire, secondo modalità determinate su base nazionale, alla diminuzione delle emissioni di gas serra.

Oltre a questo, ciò che cambia è la struttura sostanziale: il Protocollo di Kyoto si basava sulla distinzione tra Paesi “Annex” e “Non Annex” operata dalla Convenzione UNFCCC: i primi (inseriti in un Annesso specifico al Protocollo, il numero uno) erano quelli industrializzati, con obblighi di emissione), quelli “Non Annex” erano ancora in via di sviluppo e per questo non sottoposti a obblighi. Esisteva poi la specifica di un Annex 2 per le economie in transizione.

Chiaramente un’architettura di questo tipo, in cui si mettevano da una parte i Paesi ad avanzata industrializzazione e dall’altra i rimanenti, poteva funzionare fino a un certo punto in un modo fortemente dinamico. Anche perché, nel corso degli anni, alcuni Paesi hanno avuto una crescita molto sostenuta (come la Cina e l’India, ma anche gli altri membri del gruppo negoziale Basic, che comprende tra gli altri Brasile e Sud Africa).

A un certo punto si è capito che questa suddivisione aveva perso di senso, perché se è vero che da una parte c’erano i Paesi industrializzati, con una responsabilità storica evidente, dall’altra c’erano Paesi in forte crescita che mostravano un aumento correlato delle loro emissioni, e che quindi non potevano essere più considerati “in via di sviluppo”. Insomma, Tuvalu e la Cina non sono comparabili.

Per questo, pur persistendo la suddivisione operata dalla Convenzione, a Parigi si è cercato di spingersi oltre: andando a leggere il testo dell’Accordo, si nota un linguaggio differenziato non più su due, ma su tre livelli: i Paesi con responsabilità storica, quelli di nuovo sviluppo e alla fine i Paesi vulnerabili, di cui fanno parte quelli più poveri (Least Developed Countries, o LDCs), gli Stati insulari e molti del gruppo africano. E questa distinzione viene sottolineata nei termini e nei verbi utilizzati per sancire i diversi gradi di vincolo richiesto: per i Paesi sviluppati si usa il termine inglese “shall” (corrispondente a un “devono”), per i Paesi di nuovo sviluppo il termine “should” (dovrebbero), mentre per quelli vulnerabili “may” (“potrebbero”, nel senso di possibilità).

Un’altra grande differenza sta nel modo con cui questi accordi sono percepiti all’esterno dell’arena negoziale e degli addetti ai lavori. Direi che il Protocollo di Kyoto è stato un accordo che ha segnato maggiormente la nostra epoca di quanto abbia fatto l’Accordo di Parigi dal punto di vista mediatico. Con Kyoto si era innescata una serie di meccanismi che coinvolgevano i cittadini, in forme più o meno articolate. L’Accordo di Parigi ha invece coinvolto tutto il mondo degli attori non governativi come le Regioni, le città, i gruppi di investimento, le aziende, che hanno tutti potuto contribuire presentando propri impegni, successivamente raccolti in una piattaforma progettata appositamente chiamata Nazca (“Non-state Actor Zone for Climate Action”) dove si possono trovare Regioni come la Lombardia a fianco di Stati come la California, o di imprese come Ikea. Tutti con una loro specifica modalità di azione che ha mobilitato sia il settore privato che il non governativo: questa è la vera rivoluzione di Parigi. L’emblema di tutto questo si è visto nella risposta data collettivamente alla dichiarazione di Donald Trump sull’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo. La società civile americana ha reagito con la coalizione “We are still in” dove istituzioni, università e aziende hanno sottolineato che continueranno a lavorare in quella direzione. Questa è la forza di Parigi: aver messo in un’unica piattaforma tutta una serie di attori che sono in grado di far muovere l’economia. Alla fine: quanto conterà effettivamente l’annuncio di Trump, sebbene non sarà indolore, quando chi crea economia e società negli Stati Uniti sceglie di andare dall’altra parte?

 

RDG: La dichiarazione del presidente Trump è arrivata quasi in contemporanea con due fatti: da una parte la conferma della Cina della sua adesione all’Accordo di Parigi, dall’altra 13 agenzie federali statunitensi tra cui quella all’ambiente (EPA) sottolineano il climate change come antropogenico. Cosa significa la svolta di Trump sul clima?

FB: Credo sia una decisione antistorica. Fosse stata quindici anni fa, periodo in cui eravamo molto più indietro rispetto a oggi persino sul consenso scientifico, avrebbe avuto più eco. Ma oggi la gravità della situazione è talmente lampante a tutti coloro che hanno buon senso che inevitabilmente la decisione di Trump rischia di non stare in piedi, mancandone proprio le basi.

La mia sensazione è che abbia voluto mantenere una promessa elettorale, in verità rinviando un problema: l’Accordo di Parigi ha una clausola (Art. 28) che ne regola l’uscita da parte dei Paesi. Tale articolo stabilisce in modo chiaro che un Paese può attivare la procedura di uscita dall’Accordo non prima di tre anni dall’entrata in vigore dello stesso (ovvero il 4 novembre 2019); da quel momento, è possibile formalizzare la richiesta che comunque richiederebbe un altro anno per diventare effettiva. In estrema sintesi, gli Stati Uniti non potrebbero comunque lasciare l’Accordo prima del 4 novembre 2020, una manciata di giorni prima della fine del mandato di Trump. Ammesso e non concesso che voglia ricandidarsi, è un po’ come rinviare il problema. Peraltro, le ultime dichiarazioni di Trump lasciavano intendere che gli Stati Uniti volessero riconsiderare la loro intenzione di lasciare l’Accordo di Parigi, rivedendo le modalità della propria partecipazione piuttosto che abbandonarlo; non escluderei quindi che cambino idea. Per Trump era importante mandare un segnale politico cercando di ottenere una rinegoziazione dell’Accordo, che ovviamente non è possibile. In ogni caso, va sottolineato che gli USA non hanno lasciato la Convenzione, e che comunque fino al 2020 saranno ancora formalmente dentro l’Accordo di Parigi. Insomma, in quattro anni possono cambiare molte cose.

 

RDG: Un altro aspetto della partecipazione di nuovi attori al processo negoziale è il Forum dei Paesi vulnerabili, arrivato alla ribalta alla COP22 di Marrakech, soprattutto per la loro presa di posizione sulle strategie verso la carbon-neutrality. È una novità importante?

FB: Credo di sì e penso che il primo sentore reale di questo protagonismo lo abbiamo avuto già nel 2015 a Parigi negli ultimi giorni, in un momento a rischio stallo: poco prima della conclusione del vertice uscì un comunicato congiunto della High Ambition Coalition, che vedeva UE e USA schierarsi al fianco di AOSIS (la coalizione dei piccoli Paesi insulari) e altri Paesi membri, che spingeva per una conclusione piena dell’Accordo.

Quell’alleanza con gli Stati insulari lasciava intravedere anche politicamente quanto fosse importante puntare sul loro coinvolgimento anche perché, fosse solo dal punto di vista mediatico, avere dalla propria parte dei Paesi vulnerabili era di grande valore aggiunto per creare convergenze capaci non solo di critica e di advocacy ma anche di cooperazione politica. Credo che il Vulnerable Forum sia uno degli eventi più importanti emersi da Marrakech, perché testimonia come persino i Paesi più a rischio vogliano fare la loro parte concreta nella lotta al cambiamento climatico. Non per niente anche la società civile puntò molto su questa posizione politica, sottolineando come fosse importante questo traguardo collettivo.

 

RDG: Parliamo di finanziamenti, che stanno alla base delle strategie di adattamento e di mitigazione proposte: siamo sempre appesi ai famosi 100 miliardi di dollari all’anno dal 2020?

FB: Sì, ed è una questione critica. Le tre sfide più grandi da raccogliere da qui alla fine del 2018, cioè alla fine del processo di implementazione dell’Accordo che attraverserà la COP 23 di Bonn e la COP24 in Polonia nel 2018, sono: il delineare una road map chiara per capire come si vogliano raccogliere questi 100 miliardi, quali saranno le fonti: più pubbliche o private, o un misto di entrambe? Servono poi informazioni più chiare e definite su come verranno destinate, sebbene si abbiano già alcune direttrici generali. Insomma, bisognerà chiarire bene questi punti per rendere possibile il raggiungimento di quella cifra, altrimenti il Green Climate Fund, nato a Copenaghen nel 2009, rischia di non raggiungere il proprio obiettivo.

L’altra questione su cui lavorare molto riguarda la definizione di linee guida comuni per il prossimo round di NDCs (i contributi nazionali), perché parallelamente alla necessità di avere degli obiettivi finanziari bisogna anche innalzare quelli legati al taglio delle emissioni perché, come abbiamo detto prima, non bastano. Entro il 2020 bisognerà presentare nuovi NDC, lo dovranno fare tutti e anche l’Europa, che dovrà dunque rivedere al rialzo il proprio obiettivo del -40% e con essa anche l’Italia dovrà farlo per i propri target per i settori non-ETS. A questo proposito, leggendo la nuova Strategia Energetica Nazionale, oggi in fase di consultazione pubblica, sorgono alcune perplessità: dovrebbe essere molto più ambiziosa, tenendo conto degli impegni a lungo termine di Parigi, altrimenti oltre rischia di nascere già “vecchia”. Lo scenario non potrà più essere quello ipotizzato dalla precedente strategia del 20-20-20 e neppure quello della Energy Union del 2015, entrambe precedenti alla COP21 e all’Accordo di Parigi. Bisognerebbe cercare di guardare più lontano, ad esempio al 2050, come hanno fatto già altri Paesi.

Un ultimo punto riguarda la definizione di meccanismi di mercato efficaci, perché quelli previsti da Kyoto per alcuni aspetti non sono andati bene con una svalutazione dei crediti che non ha aiutato allo sviluppo dello scambio delle emissioni.

 

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Federico Brocchieri: è laureato in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio presso l’Università La Sapienza di Roma. Delegato alle Conferenze dell’ONU sul clima dalla COP17 alla COP22, è Vicepresidente e Contact Point UNFCCC di Italian Climate Network, per la quale si occupa di divulgazione sul clima con interventi presso università, scuole e conferenze in Italia e all’estero.

Nel 2015 è stato Collaboratore del Sindaco di Roma per tutte le iniziative in materia di ambiente e clima, ed è stato inserito dal quotidiano “The Guardian” tra i dodici attivisti per il clima da seguire in vista della COP21. Dal 2016 è membro del comitato scientifico di Climalteranti.

 

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Qui un articolo sul Rapporto, a pag. 4 di ARCI-Report n. 37

Qui un articolo sul Rapporto, da pag. 13 di Sinistra Sindacale n. 21

Qui la registrazione di Radio Radicale della presentazione del 15° Rapporto a Torino, il 31 gennaio 2018

Qui un’intervista video a Sergio Segio e Susanna Ronconi sui temi del nuovo Rapporto

Qui l’articolo di Sergio Segio “L’apocalisse e il cambiamento possibile”, da Appunti n. 23, 1/2018

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