Riarmo europeo. Le democrazie precipitano nella spirale di guerra

Riarmo europeo. Le democrazie precipitano nella spirale di guerra

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Agli autocrati interessa la propria conservazione, l’immagine inflessibile e perciò l’esercizio permanente della forza. Per loro la proposta di pace è un atto di debolezza. Per i paesi democratici, invece, la trattativa e la tregua sono prove di forza e di responsabilità. Sarebbero la migliore dimostrazione della loro superiorità politica

 

L’aspetto più drammatico e insieme più penoso dell’escalation bellica in atto è la pochezza e l’irresponsabilità dei nostri governanti. Il Consiglio Ue parla serenamente della possibilità di una guerra globale, di uno scontro diretto con la Russia sul suolo europeo.

E della necessità di un ulteriore riarmo. «Prepararsi alla guerra per avere la pace» è la sciocca massima ripetuta dal presidente del Consiglio europeo Charles Michel. «Non bisogna impaurire la gente inutilmente: la guerra non è imminente», ha dichiarato in maniera tutt’altro che rassicurante Josep Borrell, rappresentante dell’Unione per gli affari esteri. E Macron, qualche giorno prima, aveva proposto l’invio di truppe Nato contro la Russia e poi ipotizzato il finanziamento della guerra con l’emissione di eurobond.

L’intero Consiglio ha peraltro concordato sulla necessità di sconfiggere la Russia per impedirle ulteriori attacchi all’Unione europea. La risposta russa del portavoce Dmitrij Pescov è stata che ora «siamo in una guerra a tutti gli effetti» e non in quella chiamata finora «operazione speciale».
Stiamo parlando, in breve, della possibilità di una terza guerra mondiale, che con molta probabilità degenererebbe in una guerra nucleare e nella devastazione, quanto meno, dell’intera Europa. L’Unione europea, come proclamano tutti i suoi trattati istitutivi, è nata a garanzia della pace. La pace ne rappresenta il fondamento e la principale ragion d’essere. Oggi, a causa del suo dissennato personale di governo, si sta preparando a una guerra suicida con il solito argomento della difesa preventiva. A sostegno di questa follia si è frattanto sviluppato un clima di guerra velenoso, che si manifesta nella consueta tesi che non esistono alternative e nell’intolleranza settaria, a-critica, a-problematica nei confronti di qualunque opzione pacifista.

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L’argomento, naturalmente, è che Putin è un criminale, un nuovo Hitler con il quale non si può trattare. Ma proprio per questo, invece, è necessario trattare: un nuovo Hitler avrebbe già fatto uso dell’atomica, e non è affatto escluso che anche Putin, messo nell’angolo, prima di dirsi sconfitto faccia ricorso alle sue bombe nucleari. D’altro canto, ferma restando la responsabilità criminale di Putin per l’aggressione all’Ucraina, non si possono ignorare due colpevoli scelte dell’Occidente. La prima è consistita nell’allargamento della Nato fino ai confini della Russia, nonostante le ripetute promesse contrarie fatte all’indomani del crollo del muro di Berlino. La seconda consiste nell’assenza di qualunque seria iniziativa della Nato, dapprima per scongiurare la guerra, quanto meno assicurando il non ingresso dell’Ucraina nell’Alleanza, e poi per fermarla affiancando l’Ucraina, con tutto il peso della sua potenza, in una trattativa di pace con la Russia.

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Sono perciò i paesi occidentali, se non vogliono continuare ad essere corresponsabili del massacro in atto e divenire corresponsabili del futuro olocausto nucleare, che devono prendere l’iniziativa di trattative dirette a ristabilire la pace. Gli autocrati, per loro natura, hanno essenzialmente a cuore la propria conservazione, la loro immagine di uomini forti e inflessibili e perciò l’esercizio permanente della forza che l’istinto di autotutela li costringe costantemente a minacciare e a esibire. Per essi la proposta di pace equivale a un atto di debolezza. Per i paesi democratici, invece, essa equivarrebbe a una prova di forza e di responsabilità. Sarebbe la migliore dimostrazione della loro superiorità politica.

Ma un’alternativa alla guerra, nell’inerzia dell’Europa e della Nato, potrebbe essere promossa – e avrebbe potuto esserlo fin dall’inizio, evitando mezzo milione di morti – dalle Nazioni unite, che potrebbero far leva sulla sicura esistenza di una maggioranza pacifista tra i loro Stati membri, attestata dal fatto che sono ben 122 su 193 gli Stati che il 17 luglio 2017 hanno votato il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari.

Ebbene, sulla base dell’articolo 20 della Carta dell’Onu, il Segretario generale delle Nazioni unite potrebbe convocare, «su richiesta» di tale maggioranza, una «sessione speciale» dell’Assemblea generale dedicata alla guerra – non solo a quella in Ucraina, ma anche a quella a Gaza – e riunita in seduta permanente fino al raggiungimento della pace in entrambi i conflitti. Una simile misura, senza precedenti, avrebbe un enorme valore politico e simbolico, dato che varrebbe a drammatizzare la gravità dei pericoli che incombono sull’umanità e a rilanciare il ruolo dell’Onu a garanzia della pace.

E invece, per l’ottusa miopia dei nostri governanti la cui principale preoccupazione, in Europa e negli Stati uniti, sembra quella delle prossime elezioni, stiamo andando verso la catastrofe. Dovrebbero chiedersi, tutti costoro, quale pace potrà seguire a queste guerre senza fine, sempre scatenate nell’illusione di sconfiggere il nemico, ma sempre destinate a concludersi senza vincitori e sempre e soltanto con la sconfitta di tutti. Ma oggi la logica del nemico – in un mondo sempre più armato, sempre più incattivito e diviso e sempre più dominato dal clima di odio e dalle ossessioni identitarie – accomuna tutte le forze in campo. Essa è destinata a prevalere, se non ci sarà un risveglio della ragione, perché vale a colmare il totale vuoto morale e intellettuale della politica.

* Fonte/autore: Luigi Ferrajoli, il manifesto



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