Intervista a Alfredo Alietti. Investire nelle periferie, l’antidoto al risentimento sociale

Intervista ad Alfredo Alietti, a cura di Susanna Ronconi, dal 15° Rapporto sui diritti globali

a cura di Susanna Ronconi dal 15° Rapporto sui diritti globali • 6/4/2018 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2017 • 1320 Viste

Le città e i quartieri multiculturali sono in crisi, è in crisi lo stesso multiculturalismo. Sono tanti i fattori che hanno influito, uno di questi – ed è cruciale – è l’incapacità della politica di confrontarsi e lavorare su quel sentimento di “risentimento” che attraversa i ceti più toccati dalla crisi, impoveriti e resi più fragili. Le periferie sono state abbandonate dalla politica, eppure lì c’è anche la possibilità di una nuova alleanza sui diritti fondamentali tra i nativi italiani e migranti. E lì c’è anche la possibilità di contrastare il discorso virtuale d’odio, attraverso la materialità di una nuova convivenza. Di questo parliamo con Alfredo Alietti, docente di sociologia all’Università di Ferrara, e consulente dell’ISMU, Indagini e Studi sulla Multietnicità

 

Redazione Diritti Globali: Negli ultimi anni si ha la netta percezione che vi sia stata una svolta, quasi un passaggio epocale, a livello europeo e italiano, un’impennata delle posizioni xenofobe e razziste, e del consenso attorno a esse, e, al contempo, un declino della cultura stessa dei diritti umani. Concordi con questo giudizio?

Alfredo Alietti: Da circa un decennio il razzismo è stato sdoganato. Prima c’era la classica frase, «non sono un razzista, ma…», era in qualche modo il tentativo di mantenere una distanza morale dal razzismo, che era vissuto ancora come un male. Oggi, dopo circa un decennio, il razzismo è stato sdoganato, quella frase ha perso il “non e il ma”, ed è diventato «io sono razzista, dunque…». Insomma, il razzismo e la xenofobia sono diventati legittimi. È questo un trend che vede un ruolo importante dei social media, ma non solo loro. È un mutamento semantico che ha dietro qualcosa di molto profondo, un cambiamento dentro la società italiana e, più in generale, europea: non dimentichiamo quello che per anni sottotraccia è accaduto nei Paesi del Nord Europa, Olanda, Danimarca, dove tutto sembrava accettato e governato, invece è avvenuta una virata apertamente razzista.

 

RDG: Tu dati questa virata razzista a dieci anni fa. Perché?

AA: Perché è allora che diventano evidenti i prodromi di quella che possiamo chiamare la crisi del multiculturalismo. I primi segnali sono quelli dell’effetto degli attentati dell’11 settembre 2001, che mettono in discussione il clima politico, culturale e sociale che aveva caratterizzato le società europee fino ad allora, nel segno appunto di un diffuso approccio multiculturale. Entra in crisi prima di tutto il modello di città multiculturale, quel modello di coesione sociale e culturale che aveva caratterizzato l’Europa. È lì che si apre il varco da cui entrerà un discorso razzista e xenofobo che non ha più bisogno di nascondersi dietro il fatto che il razzismo sia una cosa moralmente riprovevole e socialmente non accettabile. La crisi dei rifugiati del 2015 e 2016 ha solo dato la stura a un trend che era avviato da tempo, rendendo più pervasivi e diffusi discorsi d’odio che già covavano da anni. Oggi è diventato legittimo andare apertamente contro lo straniero, in qualsiasi forma si manifesti socialmente la sua differenza. È chiaro che questo ha a che fare con il sistema politico: non è da oggi che abbiamo dei partiti politici, come quelli della destra italiana ed europea, che hanno continuamente macinato il discorso razzista con tutti gli strumenti della propaganda antimigrazione, antistranieri e antislamica. Non dimentichiamo quanta violenza vi sia, e vi sia stata nell’ultimo decennio, nel discorso islamofobo, in cui l’Islam non è visto solo come il “nemico esterno” ma anche come quello “interno”.

 

RDG: Molti osservatori di questi fenomeni mettono in evidenza la relazione tra progressivo impoverimento e maggior insicurezza sociale di alcuni ceti e gruppi di europei nativi e la nuova ondata razzista. Che valore dai a questa correlazione?

AA: È un aspetto importante, ma non nel senso di una relazione semplice, diretta e univoca, tra i due fenomeni, piuttosto secondo una mappa complessa, che ha declinazioni diverse a livello locale, politico e culturale. Certo la crisi globale è stata un fattore determinante, soprattutto nei ceti più esposti alle conseguenze della crisi stessa, i ceti più popolari, bassi e medio bassi, che hanno vissuto e vivono un risentimento sociale che trova nei rifugiati e negli immigrati i suoi destinatari; un forte risentimento sociale che è stato poi ad arte alimentato per consenso elettorale, ma che ha trovato in questi gruppi italiani autoctoni, socialmente vulnerabili e deprivati, un humus molto fertile. Lo abbiamo visto per esempio nelle borgate di Roma, dove sono avvenuti episodi a carattere razzista, ma prima di tutto sintomo di un disagio profondo che finisce con l’individuare l’immigrato come colpevole di tutti i mali che colpiscono queste fasce di popolazione indebolite dalla crisi. Dunque un nesso c’è, anche se credo che arrivare a teorizzare la guerra tra poveri sia una eccessiva semplificazione, forse si può parlare di guerra tra i penultimi e gli ultimi della gerarchia sociale. Ma va detto – ed è strano che se ne parli e se ne ragioni così poco – che questi gruppi di italiani condividono, per esempio, la stessa situazione abitativa, e anche gli stessi livelli di esclusione, che vivono molte famiglie immigrate, e proprio per questa condivisione cercano di distanziarsi o di differenziarsi, attribuendo le colpe del malessere agli stranieri. Il fatto è che questo risentimento sociale non si traduce in una lotta di rivendicazione di diritti, né c’è una forza politica che la legga e la interpreti come tale. C’è invece una frammentazione, e dentro questa frammentazione la condivisione di diritti lesi in ambito lavorativo o abitativo o nel quartiere, cede il passo alla competizione e con essa al razzismo. Dopo il famoso trentennio glorioso e la fine delle grandi narrazioni, ci si ritrova in una società dove non c’è più una pratica politica che sappia creare strategie collettive, e questo è un fattore cruciale nell’analisi di quanto sta accadendo.

 

RDG: Lo scenario dentro cui siamo immersi è dunque anche funzione del venir meno del ruolo della politica, insomma, del suo fallimento…

AA: Lo è. Quando noi parliamo di fallimento del multiculturalismo e di legittimazione della xenofobia parliamo del fallimento della politica e soprattutto della politica della sinistra. La sinistra non è stata capace di unificare in una strategia di movimento la rivendicazione di diritti fondamentali che, guarda caso, riguardano sia i penultimi che gli ultimi. In mancanza di un progetto politico e di una prospettiva sociale quello che vince è il risentimento e la frammentazione. Non è un problema italiano, è un problema europeo: quello che viene chiamato regime post democratico è un processo che accomuna tutti i Paesi europei, dalla Francia alla Germania, alla Spagna. Poi ci sono le differenze, Francia e Regno Unito, per esempio, hanno un problema diverso, quello dell’integrazione dei giovani con un background di immigrazione, che magari sono lì da cinque generazioni, ma per i quali è fallito ogni processo inclusivo, e se senti di vivere in un Paese che ti rifiuta, è chiaro che il fattore identitario, che sia islamico o etnico, diventa centrale. E diventa radicale il conflitto: gli ultimi attentati sono dovuti a figli dell’Europa.

 

RDG: Tu dici che in Italia a questo, al problema della rabbia dei giovani immigrati esclusi, non siamo ancora arrivati. Perché, per quali caratteristiche del nostro contesto? E poi, siamo davvero “destinati” ad arrivarci?

AA: Francia e Regno Unito hanno una storia coloniale molto più significativa della nostra, e hanno avuto un processo migratorio molto antico, e consistente. In Italia, a oggi, non ci sono tracce, nemmeno nelle periferie urbane, di un simile processo identitario dovuto all’esclusione, paragonabile a quello delle banlieue parigine; però è ovvio che se nelle grandi città, soprattutto, non ci si attiva nel breve periodo, e non in un futuro indefinito, per delle politiche sociali di inclusione e integrazione, il rischio è che ci si possa trovare in situazioni di conflitto sociale simile a quello francese, belga o inglese. Siamo in una fase di transizione, non si percepisce oggi un rischio periferie alla francese, però se si continua a non intervenire e a non produrre politiche efficaci sulla qualità dell’abitare, sui servizi, e a non progettare un ruolo differente delle periferie, il rischio di arrivare a un punto di rottura c’è.

 

RDG: In Italia molte città, pensiamo a Torino o a Milano, per esempio, hanno messo in moto processi per la convivenza multiculturale, anche con esperienze positive. Ma la domanda è: questo mosaico di interventi localizzati nei quartieri hanno la forza di produrre un impatto significativo contro l’ondata crescente del razzismo e dell’odio? Non si tratta di una lotta tra Davide e Golia?

AA: Oppure di una fatica di Sisifo… In effetti, di fronte alla marea crescente e pervasiva del discorso d’odio, che pare non avere argini e non ricevere alcun tipo di condanna se non sporadica, la domanda se progettare a livello locale, nei grandi quartieri multiculturali, può influire sui grandi processi di sdoganamento del razzismo è una domanda sensata. La risposta è sì e no, ma non lo dico per nascondermi. Sì, perché un progetto locale può essere decisivo, se sa essere integrato, puntare sulla scuola, sul territorio, sulla qualità dei servizi e dell’abitare, aprire spazi di dialogo – pensiamo alle case di quartiere, che sono luoghi di socializzazione molto forti. No, se tutto questo – che va comunque assolutamente perseguito – non ha alle spalle una politica capace soprattutto di bloccare le derive antidemocratiche, di salvaguardare i diritti sempre e comunque; se questo manca, no, non cambia nulla. Si possono avere delle buone pratiche a livello locale, anche migliorare la coesione sociale a livello di quartiere, ma tutte queste esperienze non hanno un reale impatto se non sono accompagnate da un’azione politica sia sul piano sia delle legislazioni che su quello del discorso pubblico. Credo che comunque non vada mai abbandonato un lavoro fatto nei quartieri multiculturali, non si può rinunciare a una pratica quotidiana e a una progettualità locale, l’Italia è ricca di mille esperienze nelle periferie, che non è vero che sono abbandonate, sono al contrario luoghi vivaci e laboratori sociali; la loro importanza è fondamentale, se venissero meno non avremmo più argini.

Anche presidiare il tema dei diritti è fondamentale, in Italia siamo molto indietro rispetto all’Europa, pensiamo al diritto all’abitare, alla casa, è un diritto negato. Sempre più spesso nei quartieri famiglie immigrate e famiglie italiane condividono proprio questo: un diritto negato. Ed è interessante vedere come questa condivisione possa diventare un forte strumento di antirazzismo.

 

RDG: Le città però sono anche protagoniste, e non da oggi, di una spinta securitaria nel governo del territorio, e insieme procede il disinvestimento nelle politiche sociali e di coesione. Qual è il tuo giudizio sul ruolo che il securitarismo, incluso quello più recente del decreto Minniti, sta giocando nelle città multiculturali?

AA: È da tempo, dal governo di Silvio Berlusconi con ministro dell’Interno Roberto Maroni, che i sindaci hanno avuto sempre più potere di intervenire sull’ordine pubblico; Marco Minniti si inserisce in un contesto costruito dai governi Forza Italia e Lega degli anni passati, è un solco tracciato dai “pacchetti sicurezza”, dieci anni fa. La deriva securitaria nelle città non è nuova, le famose ordinanze dei sindaci sono sempre state per la gran parte mirate ai quartieri più interetnici, niente capita per caso. Minniti non fa che amplificare, con la famosa legge sul cosiddetto decoro, ciò che già c’era, uno strumento repressivo di governo del territorio, che ha dimostrato ampiamente di avere effetti praticamente nulli, senza contare che sono state smantellate sul piano legale, anche dal TAR, e c’è una vasta giurisprudenza di incostituzionalità. Che ancora oggi un ministro, e per di più di centrosinistra, persegua questa strada inefficace e illegale la dice lunga sulla qualità della politica e di quel soggetto politico che dovrebbe distinguersi per una progettualità innovativa, e non accontentarsi di risposte che alla fine hanno solo un valore simbolico. È chiaro che le politiche alternative richiedono tempo, per dare dei risultati, e la politica oggi risponde solo alla doxa, all’opinione, e l’opinione vuole politiche simboliche, meglio se producono e riproducono l’immagine di un nemico contro cui scagliarsi. E lo straniero, l’islamico e il rifugiato sono perfetti per questo ruolo.

 

RDG: Venendo allo hate speech, un’analisi condotta dalla Carta di Roma dice che i media tradizionali, carta stampata e televisioni, non stanno avendo un ruolo cruciale nella propalazione dei discorsi d’odio, mentre la responsabilità spetterebbe ormai in toto ai social network. Credi che davvero si possano assolvere i media mainstreaming?

AA: Non sono d’accordo con quell’analisi, credo che i media tradizionali abbiano una responsabilità, e anzi il quadro che ne fanno gli osservatori sui media è desolante: in continuazione sui giornali viene riprodotta un’immagine stereotipata e negativa dell’immigrato. La Carta di Roma, avendo lanciato il decalogo per una informazione corretta sul tema, indubbiamente a qualcosa è servita, e anche l’Ordine dei giornalisti è intervenuto e in alcuni casi è stato anche determinante. Ma se si osserva come i giornali sono intervenuti su alcuni accadimenti vediamo un loro ruolo di riproposizione continua degli stereotipi. Per non parlare di alcune televisioni, che quotidianamente intervengono in modo martellante sui migranti, riproponendo e amplificando risentimento, paura e atteggiamenti xenofobi. Dunque c’è un loro ruolo ancora importante. Certo, i social media sono stati l’elemento dirompente, ricordano quell’esperimento sulla tortura condotto anni fa con un gruppo di studenti, con la simulazione in cui premendo un bottone, nel chiuso di una stanza, si poteva scegliere di infliggere o meno una tortura. Ecco, si può fare una similitudine, con un click si può insultare, non avendo di fronte una persona in carne e ossa è più facile, favorisce l’espressione di rabbia e risentimento, lo sfogo immediato contro l’immigrato. Qui si pone la necessità di intervenire su diversi piani. Quello repressivo e del ruolo della polizia postale; quello normativo, che è molto debole, in Italia, tenendo conto del fatto che si danno situazioni complesse da gestire; e poi c’è ovviamente un piano culturale su cui dovremmo molto lavorare.

 

RDG: Sul piano legislativo anche in Europa c’è molta prudenza, si fronteggiano i due diritti, quello alla libertà di espressione e quello alla dignità e alla non discriminazione, e l’equilibrio è complesso.

AA: La normativa europea è, direi, più che prudente. C’è anche una forte influenza del dibattito statunitense, che per primo ha affrontato il tema dell’odio; il nodo è fino a che punto dobbiamo difenderci dalla disumanizzazione e dal non rispetto di dignità e diritti degli esseri umani e fino a che punto dobbiamo tener fermo il diritto a esprimere la propria opinione. È un terreno scivoloso e complicato anche dal punto di vista della giurisprudenza, e tuttavia non è possibile che queste difficoltà lascino troppo spazio, come oggi accade, al dilagare dell’odio, va trovato il limite tra un’opinione e ciò che lede la dignità umana.

 

RDG: Cosa pensi a questo proposito dei codici di condotta e di autoregolamentazione che si sono dati i social media, anche in accordo con la Commissione Europea? È una strada efficace?

AA: Credo che sia un contributo anche questo, ma non ho molta fiducia, se continua a mancare una legislazione nel merito. L’autoregolamentazione dei social network ha molte falle, mi pare evidente che non riescono a contenere questa marea. Rispetto a quello che osserviamo tutti i giorni, uno sforzo, europeo e italiano, di governo del fenomeno mi sembra inderogabile. Come acutamente osservava Stefano Rodotà, in Italia la politica ha sempre delegato alla giurisprudenza, in molti campi, non assumendosi le sue responsabilità; le leggi arrivano semmai dopo una corposa produzione di sentenze, e questo è un errore drammatico per una democrazia. Oggi l’odio investe gli immigrati ma non solo, molti gruppi sono bersaglio dello hate speech, comunità LGBTI, gruppi religiosi, le donne… È un problema serio e la politica non può non assumerlo. Un terreno comune c’è, a mio avviso, anche con settori del centrodestra, per una normativa capace di trovare un equilibrio tra i due diritti che abbiamo citato. È urgente, perché si sta stabilizzando questo “sentimento di risentimento”, come modello di comportamento e azione a livello sociale, e la politica non può continuare ad agire solo sull’onda delle contingenze, senza un progetto che includa e crei coesione, e dunque crei anche un terreno di mediazione sociale. Penso che la crisi dentro cui siamo non sia solo sociale, politica ed economica, ma sia una crisi morale, e non è una espressione solo retorica, questa, ma empiricamente vuol dire che in Italia garantire dei diritti, renderli esigibili, è difficilissimo, a cominciare da quelli delle minoranze, pensiamo alle unioni civili o ai diritti dei disabili, o allo ius soli. Che non è passato nemmeno nella forma mediata che alla fine è stata proposta per cercare il consenso anche di chi non lo accettava. È andata come è andata, una ennesima sconfitta della politica.

 

RDG: Abbiamo disegnato uno scenario davvero critico, complesso, e certo non ottimista. Guardando al futuro, possiamo individuare qualche terreno d’azione per un’inversione di tendenza? Insomma, la domanda è: e adesso?

AA: Lo scenario è critico, è quello che abbiamo descritto, ed è così, è un fatto, indipendentemente dal nostro essere ottimisti o pessimisti. Ma in fondo al tunnel una luce si vede. Io vedo delle possibilità prima di tutto nella scuola, che già fa molto, ma che deve ricevere un investimento in risorse e figure professionali, che accompagnino docenti e famiglie, figure di dialogo che facciano della scuola un luogo davvero plurale. La scuola non è un edificio abitato da docenti e studenti, ma attorno a essa ruotano le relazioni del territorio, e qui va investito molto. Poi, in secondo luogo, è necessario che la sinistra, quelle forze eredi di un discorso di giustizia sociale, tornino nei territori che hanno abbandonato, tornino a dialogare con quelle periferie che hanno lasciato alla destra o al Movimento 5 Stelle, e affrontino il sentimento di risentimento che in quei territori è cresciuto. Lì si gioca il futuro di questo Paese. Meno televisione e più presenza in carne e ossa in questi luoghi, questo è necessario. Certo, è faticoso, perché quella grande eredità storica della presenza nei quartieri è stata devastata, e si riparte da zero. Penso che se questa inversione della politica avvenisse, potremmo immaginare di poter incidere sul risentimento sociale, tenendo insieme, invece che rendere conflittuali, diritti e rivendicazioni comuni tra penultimi e ultimi.

 

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Alfredo Alietti: Dottore di ricerca in Sociologia presso l’Università di Milano, è docente in Sociologia Urbana e del Territorio presso l’Università di Ferrara.

Ha condotto numerose ricerche a livello nazionale e internazionale su differenti temi, in particolare: il razzismo e il pregiudizio, le relazioni interetniche in contesto urbano, i processi d’insediamento delle popolazioni immigrate, le dinamiche di segregazione sociale e spaziale, l’analisi delle politiche urbane e delle politiche di riqualificazione urbana nei quartieri deprivati. Dal 2010 è membro del comitato direttivo della rete internazionale di ricerca “Urban Advanced Marginality” e del Research Network “Racism, Anti-Semitism and Ethnic Relations” dell’European Sociological Association (RN 31). È membro dell’International Advisory Board della rivista “Theomai – Society and Development Critical Studies”. Dal 2007 collabora con la Fondazione ISMU – Iniziative e Studi sulla Multietnicità.

Le sue più recenti pubblicazioni sono: Sociologia del razzismo (con Dario Padovan, Carocci, 2000); Società Urbane e convivenza interetnica, (con Alfredo Agustoni, FrancoAngeli, 2009); Migrazioni, politiche urbane e abitative: dalla dimensione europea alla dimensione locale (con Alfredo Agustoni, Fondazione ISMU, 2011); Integrazione, casa e immigrazione. Esperienze e prospettive in Europa, Italia e Lombardia (con Alfredo Agustoni, Fondazione ISMU, 2013).

 

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Riportare i diritti nel lavoro. Leggi qui la prefazione di Susanna Camusso al 15° Rapporto

Il vecchio che avanza. Leggi e scarica qui l’introduzione di Sergio Segio al 15° Rapporto

La presentazione alla CGIL di Roma

Qui la registrazione integrale della presentazione alla CGIL di Roma del 27 novembre 2017

Qui le interviste a Sergio Segio, Patrizio Gonnella, Marco De Ponte, Francesco Martone

Qui notizie e lanci dell’ANSA sulla presentazione del 15° Rapporto

Qui il post di Comune-Info

Qui si può ascoltare il servizio di Radio Articolo1 curato da Simona Ciaramitaro

Qui un articolo sul Rapporto, a pag. 4 di ARCI-Report n. 37

Qui un articolo sul Rapporto, da pag. 13 di Sinistra Sindacale n. 21

Qui la registrazione di Radio Radicale della presentazione del 15° Rapporto a Torino, il 31 gennaio 2018

Qui un’intervista video a Sergio Segio e Susanna Ronconi sui temi del nuovo Rapporto

Qui l’articolo di Sergio Segio “L’apocalisse e il cambiamento possibile”, da Appunti n. 23, 1/2018

 

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